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Fuel Garage

Vespe speciali nella vecchia Leningrado al Butcher Garage

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Butcher Garage, Russia. Alex Mazan è tra i più quotati e creativi garagisti dell’est, specializzato in scooter non disdegna il lavoro sulle moto “vere” 

Butcher Garage,vespa bike

Come molti garage, anche il Butcher Garage (macellaio in italiano) nasce in un box, per la precisione in una fredda rimessa della periferia di San Pietroburgo, ovvero la vecchia Leningrado.

Butcher Garage interni

Qui Alex Mazan ha iniziato la prima operazione di “taglia e cuci” in modo molto romantico, visto che tutte le ore di lavoro sono state dedicate alla realizzazione della Invader, una Vespa molto speciale, confezionata su misura per la sua compagna.

Butcher Garage vespa

Un’impresa non certo semplice, se si considera che Piaggio non ha mai esportato i suoi scooter in Russia.

Quindi gli ostacoli sono iniziati prima di tagliare e saldare visto che si trattava di un recupero della “materia prima”. Facile da reperire in Europa occidentale, ma a prezzi troppo alti per i budget limitati di Alex, che ha perciò puntato sull’estremo Oriente.

Butcher Garage

Così è nata l’Invader, solo apparentemente meno intrigante della Bender, la Vespa specialissima ha reso celebre Alex in tutto il mondo.

Il cuore di quello che è stato a tutti gli effetti un regalo di fidanzamento più originale del classico anello, è una struttura portante in alluminio, sulla quale è incernierata la carrozzeria, con l’obiettivo di renderla sollevabile come il cofano di un’auto.

Butcher Garage

Anche la Bender è nata nello stesso box.

Per ultimarla sono stati necessari due anni, anzi 104 Bender Days e circa 10.000 dollari.

Alex Mazan

Ogni martedì Alex si chiudeva in quel locale e usciva solo a notte fonda, dopo avere dedicato ogni momento alla trasformazione dello scooter made in France (l’ACMA li costruiva su licenza Piaggio), acquistato in Vietnam per 400 biglietti verdi.

Una volta appurato che non erano certo le idee a mancare, Alex ha deciso di trasformare la sua abilità in un lavoro.

Ha cercato un locale non troppo costoso, e lo ha curiosamente trovato al quarto piano di un vecchio edificio industriale, perfetto per dare vita a un’attività semiclandestina.

Così, con l’aiuto di un socio che si è rivelato prezioso nella fasi iniziali (Miha Lavit) è nata la premiata macelleria di San Pietroburgo.
L’ambiente dell’atelier non ha un aspetto rude costruito ad arte da un architetto, me è il risultato naturale del recupero e dell’accantonamento di telai, motori, sospensione e tutto quanto possa servire per dare vita a una officina alla russa.

Niente fronzoli, open space con un solo locale parzialmente delimitato da una tenda in juta, che nasconde la postazione con fresa e saldatrice.

Bender, Butcher Garage bike
La Bender

Butcher Garage lavora contemporaneamente su più progetti, più o meno impegnativi.

Quelli più semplici, su ordinazione e pagati dai clienti, sono utilizzati per finanziare quelli più ambiziosi da realizzare in proprio.

La Esc è senza dubbio la più impegnativa trasformazione realizzata su base Vespa, una PX, stravolta nello stile e nell’impostazione. Se di norma è sempre possibile riconoscere le forme dello scooter, la Esc è a tutti gli effetti una moto da fuoristrada.

Manca lo scudo para-gambe, in compenso ci sono una sofisticata sospensione orizzontale posteriore, una forcella donata da una pit-bike, un manubrio da fuoristrada e un serbatoio che completa il look e l’assetto motociclistico. Oltre, naturalmente, a un motore profondamente elaborato.

Ma a San Pietroburgo non si lavora solo sulle Vespa, sono diverse le trasformazioni effettuate partendo soprattutto dalla base di moto bicilindriche.

Tuttavia la creatività del Butcher Garage va ancora oltre, come testimonia la recente Magnificent Bastard, una particolare rivisitazione in chiave classica di una Honda CB 1100 del 2016, con motore a quattro cilindri.

Resta comunque la curiosità di come Alex porterà a termine il progetto Gambusino, che prevede la completa rivisitazione di una Ducati Monster.

Ci lavora ormai da quattro anni, ogni tanto pubblica qualche detta- glio, dal telaio al serbatoio a diamante, e giura che presto la vedremo.
Valerio Boni

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  1. Pingback: Dragoni e la cafe fighter: special su Ducati Multistrada 1000S - Fuel Magazine

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Fuel Garage

Tricama moto trasforma una MV Agusta in una cafe racer

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cafe racer MV Agusta

Una cafe racer MV Agusta F3 675, rossa con sangue blu, commissionata a Tricama Motorcycles, ecco il nobile risultato

Sembrava una richiesta semplice: «Vorrei farne una café racer» aveva detto il proprietario a proposito di questa MV Agusta F3 675, immatricolata nel 2013, e fino ad allora utilizzata soprattutto in pista con soltanto seimila chilometri all’attivo. Quando era entrato nell’atelier di Tricama Motorcycles, a Losanna, per convertire la sua track-bike in qualcosa di sfizioso, però questo gentiluomo non sapeva ancora che tipo di modifica aspettarsi.

cafe racer MV Agusta

Dall’altra parte c’era Jonathan Natario, amante delle creazioni raffinate, originario del Portogallo, che nel 2016 si era trasferito a Losanna per aprire il suo atelier. Natario era già un grande estimatore delle sportive varesine, tanto da esserne diventato anche concessionario per il Cantone Vallese. Quando vede la F3, Jonathan ha un’intuizione: gli appaiono subito tutti i grandi successi sportivi della Casa di Schiranna e propone al suo cliente di non denudarla completamente, ma di farle indossare una semi-carena sexy ed attillata, abbinata a un codino esile, dall’aspetto quasi nobiliare e con un piglio evocativo.

Com’è nata la cafe racer MV Agusta F3 675

Realizza il tutto in fibra di vetro, combinando sapientemente linee sinuose, morbide, con accenti più forti, netti, come un drappo pizzicato che crea tensione e protende verso la velocità.
L’eleganza della creazione, di stampo quasi sartoriale, viene sottolineata dalla sella in velluto scamosciato, impreziosita dal ricamo esagonale rosso. Il cupolino, invece, è disegnato attorno al faro di una Turismo Veloce e non si tratta dell’unica parte trapiantata da un’altra MV Agusta, anzi.

cafe racer MV Agusta codino

Sembra quasi che il sangue blu de La Rouge le impedisca di accettare donatori di un altro rango.

Così come il faro posteriore – dove la fibra di vetro lavorata da Jonathan si adagia come un velo – che arriva in dote dalla Brutale 800. Mentre il minuscolo wind-screen era appartenuto in origine ad una F4. E non finisce qui. I cerchi a raggi Kineo, indispensabili per ottenere il lasciapassare tra le café racer d’alto lignaggio, appartengono alla Dragster 2016. Mentre l’impianto frenante è preso in prestito dalla sorella maggiore F3 800, abbinato però a una pinza Brembo M4 della 675.

cafe racer MV Agusta serbatoio

Rimane tutto in famiglia, come accadeva quando si dividevano, da buoni fratelli e cugini, i pezzi più belli dell’armadio di ciascuno. Quello che non si trova su una MV Agusta, è stato ovviamente prelevato dai migliori cataloghi di aftermarket. Ad esempio da CNC Racing arrivano le leve al manubrio, la cover trasparente della frizione e tutta la bulloneria in rosso, mozzi compresi.

cafe racer MV Agusta tachimetro e manubrio

L’ammortizzatore di sterzo è invece Ohlins. Il tappo del serbatoio a rilascio rapido è della Lightech mentre la tecnologica strumentazione con display TFT a colori è made in Chrome Lite, impreziosita da sistema GPS ed indicatore di marcia, realizzati da I2M.

Il sistema di scarico Hydrotre di HP Corse non differisce molto nel disegno e nelle proporzioni dall’originale, ma è più pulito e leggero. E non dubitiamo che sappia far sentire con le giuste tonalità la voce del tre cilindri di Schiranna, ritenuto già sufficientemente performante da non necessitare ulteriori interventi.

cafe racer MV Agusta gli scarichi

Soltanto la centralina è rimappata, insieme a piccole modifiche al cambio per utilizzare il Quickshifter bidirezionale. Il tocco finale è dato da Marty Designs che, prendendo spunto dalla Turismo Veloce Lusso, sceglie un elegante abbinamento rosso e nero per conferire ancora più un’aurea di nobile aggressività alla “La Rouge”. Vera aristocratica su ruote.

Nicola Andreetto

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Fuel Garage

Dal Giappone al Texas, come è nata la Concept bike R18/2 BMW

La storia della R18 in un concept da favola con la tradizione custom by BMW Motorrad: dal Giappone al Texas customizzatori e menti sopraffine.

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R18/2 concept bike

La storia della R18 in un concept da favola con la tradizione custom by BMW Motorrad: dal Giappone al Texas, menti sopraffine che modernizzano il passato per creare una vera scultura su ruote

Concept R 18/2. Il fatto è che poi tutto cambia quando ci si mettono i grandi a customizzare. Pensiamo a una “versione purista inspirata storicamente al big boxer”. E così BMW Motorrad ha un progetto fantastico in corsa, giunto alla quarta evoluzione, anche se si chiama ancora Concept R18/2, pronunciato “slash 2“, o “barra due“.  

Qualcuno ha visto il suo opposto al Concorso d’Eleganza di Villa d’Este, il primo prototipo al cui nome mancava infatti l’estensione.

L’R18 con le ruote a steli, le gomme tangenti alla terra del lago di Como, il faro rotondo. Per nulla sportiva e dall’impronta un po’ radicale.

R18 concept bike

L’R18 era così e tanto acciaio cromato.

Ad EICMA l’R18/2 si è presentata già diversa e soprattutto fatta soltanto di pixel, filmati e fotografie. Nessuno l’ha potuta toccare con mano. Ma la classe della nuova versione agli occhi si è lasciata trasparire subito da quel rosso “candy apple metalllic” che inonda il cupolino, poi il serbatoio e i copri-ruota, illuminandoli sobriamente; una moto dalle sinuosità delle forme e dal taglio molto custom ma anche touring, sportivo e al contempo moderno.

R18 concept bike

Tutto l’appeal della potenza di questa rara derivazione fisica dell’energia propulsiva, dimostra che R18/2 “è un’altra potenziale espressione di quel Heritage Concept” che richiama gli anni Sessanta e aggiunge il largo boxer al centro, rifinito in questo stemprato grigio ghiaccio con la sua cover sinusoidale per le valvole.

R18 concept bike

Tutto, o quasi, si poggia sul telaio nero. Il “manubrio minimalista” spacca orizzontalmente una linea generosa, un po’ “fatty”, che sborda nelle geometrie sferiche, in cerca di una “esperienza di guida dinamica”: è così come lo spiegano nei corridoi di BMW Motorrad.

E “Concept Bike” è scritto chiaro sul motore dell’attuale versione celebrando più o meno tutto. 

Come descriverlo ancora, come definire l’R18/2?

Lo si direbbe un calabrone, un corpo in tre pezzi dove il serbatoio a goccia anticipa il copri-ruota posteriore ridotto. 

R18 concept bike

Giappone

Ma l’R18 ha una storia ben più lunga, a prova che customizzare per BMW Motorrad non è un gioco da ragazzi. C’è infatti una dinamicità profonda nell’evoluzione dello studio di un progetto che parte dal Giappone per fare il giro del mondo, come se qualcuno fosse passato dallo stretto di Bering con questa concept bike, forte di quel motore sommo: e parliamo di un bicilindrico 1.800 cc. 

R18 concept bike Custom works ZonON

Perché l’avventura della R18 nasce nel freddo di dicembre quando mister Yuichi Yoshiwaza si dice “onorato” di elaborare un progetto speciale con il suo garage “Custom Works ZonON”, commissionato da BMW Motorrad nel 2018. E si mette a lavorare al prototipo in Giappone.

D’altronde Yuichi è un mago dell’estetica a due ruote, universalmente conosciuto per i suoi “atelier d’artista”. Ha fatto scena nei posti migliori, dal Mama tried Show di Milwaukee al Hand Built Motorcycle Show di Austin. Nasce perciò l’idea ma Yuichi non sapeva tutto. 

Si parte dagli anni ’60: bocchette esterne del raffreddamento,  scarico accorciato, manubrio quasi da bici, sellino infinitesimale che copre sommariamente la ruota posteriore.

Non c’è il cupolino e il telaio nero è un meccano scomposto quasi perpendicolarmente. Dell’evidenza che resterà nel futuro prototipo c’è soltanto il boxer, spiccato ancora per le sue sinuosità. 

R18 concept bike

Cambio di direzione

Manca qualcosa: il testimone passa quindi di mano, arrivando in Texas da Alan Stultber, un artigiano customizzatore che riesce a fare del futuro il passato usando materiali come il titanio, davvero generosamente.

Gli piacciono i motori boxer, ha un team preparato. E sa forse di BMW Motorrad più di quanto ne sapesse Yuichi. Si parte dall’idea delle BMW anni ‘30: c’è forse una rievocazione totalitaria di quegli anni che rimbalza nel profondo Texas conservatore e c’è la linea borghese da corsa della Maserati, nel dettaglio la mitica Tipo 61 Birdcage. 

R18 concept bike

Per questo Alan fa nascere la “Revival Birdcage”, un “capolavoro di metal-working”, embrione duro della R18 che farà poi scena ad Austin al Handbuilt Motorcycle show.

Barre di titanio da 9 mm, che si moltiplicano in cento e trentaquattro parti di segmento unite a creare un telaio che protegge il boxer, questo a sua volta costretto dall’acciaio arrotondato dove gli scarichi si prolungano dal collettore svariando in un caleidoscopio di colori degni di un arcobaleno.

C’è asimmetria nella Revival Birdcage, il sellino si riduce ancora al pari di una bicicletta da Belle Époque, il cerchio pieno della ruota anteriore con gomma liscia Dunlop da 23, mentre sono sporadici i raggi di quella davanti. Lo aveva poi detto Alan che il tempo dell’umiltà è finito: «Sono diventato più appariscente e ho cominciato a spingere i confini…».

Stiamo a vedere che cosa deciderà la Casa madre: in fondo, c’è tempo fino all’estate del 2020.

Andrea G. Cammarata

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Fuel Garage

La Honda Monkey di Rollfactory Design

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Quando Honda Moto Roma bussa al suo garage con una Monkey, ad Antonio di Rollfactory Design sale la scimmia del quarto di miglio. Il risultato? Vince il Contest Honda 2019 con una sprint bike bonsai

Quella che vi raccontiamo in queste righe è una storia matta e in quanto tale merita d’essere raccontata… dalla fine.

Il piccolo ordigno giallo e metal-flake nelle foto è il fresco vincitore del custom contest indetto da mamma Honda per i propri dealer e, in occasione dell’ultimo Salone di Milano, è stato ufficialmente premiato niente meno che dal presidente Okamoto in persona.

La commissione del Monkey 125 da Honda Moto Roma

Una grande soddisfazione per il concessionario Honda Moto Roma che qualche mese fa ha bussato al garage dell’amico Antonio Rullo, in arte Rollfactory Design, con una proposta piccola fuori ma grande dentro: una Honda Monkey 125 nuova di zecca.

Il ritorno della super compatta tuttofare giapponese ha entusiasmato molti addetti ai lavori e non solo nel Paese del Sol Levante, ma anche qui da noi.

In Giappone sappiamo che è da sempre autentico oggetto di culto, al quale si sono dedicati appassionati della più variegata estrazione.

Se in molti mercati l’Honda Monkey è un bestseller, in Italia per vari motivi non ha mai riscosso un successo nei numeri paragonabile a quello della sua fama e dell’entusiasmo che scatena altrove.

Emozione Honda Monkey

Eppure è un riuscito piccolo frullatore di emozioni, praticità e divertimento.

Folle al punto giusto. E, soprattutto, tanto matta da conquistare tutti e così furba da funzionare bene ovunque la si metta.

Insomma, una piccola “genialata” che ha nelle dimensioni contenute il suo pregio e il più grande limite.

La Honda Monkey o la si ama o, semplicemente, non la si capisce.

La maggior parte dei suoi estimatori si è anche cimentata nel renderla unica, speciale, perché è proprio nei limiti che il customizer trova il gusto perverso della sua arte.

Non è raro dunque vederla modificata in special notevoli, vestita da cafè racer o addirittura flat tracker…

Forcella e cupolino monkey

Più raro è vedere una Honda Monkey pensata per le Sprint Race.

Questo è stato il pensiero di Antonio il quale afferra la “scimmia per le corna” e ne fa un animale da quarto di miglio. Per prima cosa va ribassata, alleggerita e irrigidita. L’upside-down originale viene modificato e gli ammortizzatori posteriori riposti con cura in magazzino. Si perdono così ben 10 centimetri e quanto a rigidità cosa c’è di meglio di un hard-tail?

generica Honda Monkey

Il comfort non è certo una priorità in questo caso.

Il forcellone viene allungato addirittura di 16 cm e fatto terminare con una pregevole coppia di prolunghe in alluminio ricavate dal pieno e dotate di eccentricità. Per la regolazione dell’assetto si interviene con un’apposita chiave che si può riporre sul fianco e che, curiosamente, ricorda tanto un apribottiglie.

Sempre sul termine del forcellone troviamo le pedane, arretratissime come le esigenze della sprint race impongono.

La Monkey risulta così bassa, rigida e alleggerita, si dice addirittura di 18 chili, un’enormità su una motoretta di queste dimensioni!

Telaio Honda Monkey

I dettagli

Il manubrione largo viene ovviamente sostituito da una coppia di semi-manubri e la sella costruita appositamente con materiale antiscivolo. Vengono eliminati anche l’ABS e il comando del freno posteriore: al loro posto, si installa una pompa freno radiale con ripartitore di frenata che carica il 60% sull’avantreno.

Sulla piastra di sterzo spicca il nuovo strumento digitale con contagiri e indicatore di “zona rossa“ come un’autentica sprinter esige. Il faro è sostituito da un cupolino più “aerodinamico” e il cerchio posteriore con uno di tipo lenticolare.

serbatoio Honda Monkey

Gli pneumatici sono di tipo racing 100 e 120 su 80 per 12”. Se il grosso del lavoro ha riguardato la ciclistica, sono stati più blandi – per ora – gli interventi sull’affidabile mono 4T Honda: scarico e filtro aria artigianali sono solo il preludio di un intervento più radicale al quale Antonio sta pensando.

In garage qualcuno ha osato bisbigliare la tonante parola turbocompressore.

Obiettivo: superare i 40 CV!

Tanto impegno in officina non poteva non trovare adeguato risalto estetico. Ecco che Ivan Motta vernicia in metal-flake il piccolo serbatoio della Monkey, mentre a Matteo Murgia di Moon Design spetta il compito di decorare con pin-striping, estro e gusto serbatoio, fianchetti e cupolino.

L’aspetto forse più incredibile di questa matta storia è che, come ci tiene a concludere Antonio, tutte le modifiche sono reversibili.

Perché se non puoi cambiare idea ogni volta che vuoi, alla fine che matto sei?

Nicola Andreetto

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