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Stefano Passeri, padrone dell’enduro

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Stefano Passeri

Stefano Passeri: esempio di quando la velocità si sposa con cordialità, capacità comunicative e un’umiltà smisurata. Campione nelle gare e nell’animo 

L’Imponente non solo è un evento fantastico, ma è anche l’occasione di incontrare delle manette vere, degli autentici campioni del motociclismo come Stefano Passeri.

Il programma prevede, fra altre iniziative, un corso di enduro con Stefano Passeri nella giornata di sabato, e una conferenza stampa sulla 6 giorni di Portimao, dove i nostri italiani hanno vinto il Trofeo Vintage Veteran.

Da qui l’opportunità di passare qualche ora con Stefano, parlando poco e con il casco allacciato il sabato pomeriggio, e scambiando qualche battuta la sera.

Ma iniziamo dal fondo, la delegazione Italiana, con Passeri, Sala e Rinaldi, vince il Trofeo Vintage Veteran. Diciamo che la Federazione ha deciso di andare sul sicuro con la scelta dei piloti…. Avete idea di quanti campionati hanno vinto i “3 Tenori” qui sopra?

Citando una frase coniata dal sindaco di Guastalla, «I campioni sono campioni per sempre», confermato dalla pista ma non solo. Grande assente per impegni sportivi Rinaldi. Hanno calcato il palco Giò e Stefano, dimostrando che si può essere campionissimi dentro e fuori le speciali.

Sala, come Stefano una vera celebrità delle moto, non si è mai tirato indietro una volta per stringere mani, fare foto con tutti, dare qualche pacca sulle spalle alla Antonino Cannavacciuolo.

Tornando a Stefano Passeri ci siamo incontrati la prima volta a MBE Verona 2020, ultima fiera internazionale nell’anno del Coronavirus. Passato l’orario di chiusura, a stand quasi vuoti, lo vedo passeggiare con Giovanni Sala e Sergio Canobbio per i padiglioni semi deserti. E ne esce uno scatto allo stand di Fuel davvero particolare. Intuisco dal quel breve scambio di battute che quegli occhi azzurrissimi e vispi e quella capigliatura pettinata con le bombe a mano, nascondono una persona semplice, senza fronzoli. Ci congediamo con un autografo sul mio casco e la speranza di rivederci magari con un manubrio fra le mani.

Speranza che diventa realtà sabato mattina, quando Stefano ci convoca sull’argine del Lido di Guastalla, per dar vita a un giorno “polvere e sudore” all’Accademy.

È evidente come il maestro abbia una grande esperienza da istruttore, ottime doti di comunicatore, ma una cosa mi colpisce all’istante. Stefano chiama tutti questi “sconosciuti” per nome.

È un piccolo dettaglio, che non dà troppo “nell’orecchio”, ma che mette in luce un’attenzione verso il “normale cittadino/ neofita” davvero particolare e gratificante.

Partire per un corso con un pluripremiato, in tutta onestà, uno po’ di pressione la mette a tutti. Aspettativa, “sarò capace abbastanza”, ecc… Dubbi legittimi, spazzati via in un lampo da un bel sorrisone dell’istruttore, che la mascherina d’ordinanza, non riesce a celare.

Si instaura subito una confidenza, fatta di battute, di viverla con la giusta leggerezza, che trasmette al gruppo una accresciuta fiducia nei propri mezzi.

Fra i vari insegnamenti su postura, spostamento del peso, e altro, Stefano si ferma per farci notare un particolare importantissimo. Si è spesso abituati a sminuire le proprie gesta, ad osservare quanto sia bravo questo e quello, io non diventerò mai così capace.

Ma una cosa accomuna tutti i corsisti presenti, l’essere lì avendo deciso di confrontarsi con i propri limiti, con se stessi.

Infilarsi in un percorso fuoristrada con una moto d’epoca, non è proprio da tutti, con buona probabilità il 98% della popolazione la considera una azione per folli, gente a cui manca qualche rotella. Quindi basta guardare al professionista per un confronto impietoso, mettersi in gioco attraverso questo corso è di per sé una cosa eccezionale, siamo dei ganzi.

Ecco un altro click, un altro gradino superato per ottenere il meglio dalla squadra. La mattina scorre via via sempre più veloce sotto le ruote.

L’enduro è decisamente stancante, giusto ricaricare le energie con le gambe sotto al tavolo. A pranzo parliamo di moto, lo scrivente è nato nel 1980 quando Stefano faceva la sua prima gara.

Impossibile non parlare di quella che per la mia generazione fu una moto mitica, l’Aprilia RX 125, che Stefano guidò in modo magistrale tutta la stagione ’93. Sfiorò la vittoria del campionato del mondo, solo un infortunio in allenamento fece sfumare il sogno, quando il vantaggio sugli avversari pareva incolmabile (in gara). Ci spiega come quella moto fosse un prototipo di una sofisticazione inimmaginabile per gli altri costruttori.

Con tecnologie travasate dalla lunga esperienza in circuito, furono testati controlli di trazione, mappature motore. Cose che sarebbero diventate uno standard molti anni dopo.

Nominata la Casa di Noale, si apre una finestra sulla bellissima Aprilia RXV di cui Stefano Passeri è stato a lungo collaudatore e sviluppatore.

Ci spiega come fosse magnifico essere parte di un progetto così avveniristico, di quella che rimane una cenerentola incompresa dal pubblico e forse dalla stessa Aprilia.

Un bicilindrico col peso piuma di un mono, telaio perimetrale misto acciaio/alluminio, un’estetica affilatissima.

Traspare dalle parole di quest’uomo quanto impegno e cuore abbia dedicato a questa moto, il suo racconto è così coinvolgente che ho subito controllato il mercato dell’usato.

Il pomeriggio ritorniamo in sella, stanchi della mattinata ed appesantiti del risotto al lambrusco appena messo nel serbatoio. Le condizioni meteo ci costringono a diverse varianti di percorso, troviamo molti alberi abbattuti sul tracciato dell’accademy mattutina, per cui cerchiamo alternative.

Ancora una volta abbiamo la netta sensazione che, il campione, sia soddisfatto del nostro feedback… Al punto da divertirsi. Non perde occasione, nonostante la tarda ora, a chiederci se vogliamo provare ancora questo e quel passaggio, a fare ancora un giro, se ce la sentiamo di continuare.

Nonostante abbia a che fare sostanzialmente con un branco di fermoni (non voletemene ragazzi), non ha nessuna intenzione di tagliar corto o di finire per tempo e presentarsi in orario alla conferenza stampa… mitico!

Ci lasciamo con un “Se venite alla conferenza stasera, andiamo prima a fare aperitivo”. E ogni promessa è debito. Contornato dalle autorità, dai giornalisti già col microfono in mano, i rappresentati della Federazione. I nostri sguardi si incontrano da distante lungo la navata della chiesa di San Francesco (luogo della conferenza stampa). Basta un cenno, si avvicina e mi dice «Bravo, non diamo troppo nell’occhio ma andiamo». Così il “diavolo tentatore” ci conduce al Bar del Corso a bere uno spritz tutti assieme.

Ma dove lo trovi un campionissimo come Stefano Passeri che preferisce far “aspettare” la stampa per fare una bevuta con i sui allievi? La risposta è scontata, lo trovi a Guastalla, lo trovi la domenica nella sabbia, così entusiasta di averci visto già oltre al passaggio duro del percorso da “saltarci in braccio”. Lo trovi lì con noi, capitano della “compagnia della spinta”, le foto non mentono!

Spero che questo racconto, che non una vera è propria intervista, vi possa un po’ trasmettere quanto sia grande il valore umano, l’umiltà, la semplicità di quest’uomo nato sulle rive del lago D’Iseo.

Se incrocerete le ruote con Stefano… preparatevi… diventerete Padroni dell’Enduro

(cit. del Maestro Stefano Passeri).

PS: Stefano ci facciamo delle magliette con questo slogan?

Come di consueto tre domande alla fine del nostro incontro:

Qual è la moto preferita o la più bella che hai guidato?

«Ce ne sono tante, per i motivi più diversi. Dal punto di vista agonistico la risposta è la KTM 80 del 1986, la moto con la quale ho fatto il grande slam dell’enduro, italiano, europeo e la 6 giorni. Quella che per impegno e cuore mi ha più coinvolto è l’Aprilia 125, esperienza fondamentale della mia carriera sportiva e del futuro lavoro da collaudatore».

E quale invece la moto che Stefano Passeri non ha (ancora) mai provato?

«Nessuna se ci riferiamo all’enduro, perché sono sempre riuscito a provare quel mezzo che mi incuriosiva, a togliermi la soddisfazione. Ecco forse l’esperienza che mi manca è quella di provare una moto da GP, magari un gloriosa 500cc 2T. Quando ero in Aprilia, avevo chiesto di poter fare un test: mi risposero “Non c’è nessun problema” e come volevasi dimostrare… Non la provai!

Ci riveli un tuo segreto, un aneddoto che ancora nessuno conosce?

«Più che un segreto è un fatto indelebile nei miei ricordi. Era il primo anno di mondiale, avevo diciotto anni e mi giocavo spesso le primissime posizioni con un altro pilota italiano di maggiore esperienza, Gianmarco Rossi. Era un continuo testa a testa, una gara a me, una a lui… Fu davvero incredibile quando in una tappa del mondiale rimasi piantato in una buca e il mio primo avversario si fermò, ginocchia a terra, scavando con le mani, mi liberò dalla morsa di fango in cui ero bloccato. Gianmarco invece di approfittare della situazione, preferì fermarsi ed aiutarmi… a fine tappa gli finii pure davanti. Un gesto che non potrò dimenticare mai». Stefano oggi Impegnato per conto della FMI come ispettore di tracciato nel Campionato Italiano Regolarità D’epoca, ha di recente partecipato al Campionato Italiano Enduro Ebike con Fulgor-Polini. Altre novità in vista… tenetelo d’occhio.

TESTO Alessandro Mattiello, Foto di Nicolini Fausto e Maurizio Agametto

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Il centenario (desmodromico) dell’Ingegner Fabio Taglioni

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Taglioni

“Padre” del sistema desmodromico e progettista di numerose moto rivoluzionarie, Taglioni ha collaborato con Ducati dal 1954 al 1984

In occasione dei 100 anni dalla nascita di Taglioni, la Casa bolognese, Ducati, celebra la memoria dell’ingegnere romagnolo, autore di tanti progetti diventati di culto, primo tra tutti il sistema di distribuzione desmodromico, con cui Taglioni ha legato per sempre il proprio nome alla storia di successi della Casa di Borgo Panigale.

Entrato in Ducati come Direttore Tecnico nel 1954, dopo soli 40 giorni Taglioni crea il suo primo portento. Era la Gran Sport 100, nota anche come “Marianna”, capace di imporsi fin da subito nelle Gran Fondo italiane.

Taglioni ingegner

Taglioni e la 125 GP Desmo

La prima moto equipaggiata con il sistema desmodromico è la 125 GP Desmo, che vince un Gran Premio un mese dopo il debutto e si afferma come la 125 più veloce al mondo.

Dopo aver contribuito a rendere Ducati un marchio internazionale, Taglioni si dedica a preparare il ritorno di Ducati nelle gare, avvenuto nel 1971 con la 500 GP e nel 1972 con il debutto della 750 GT, prima bicilindrica di serie nella storia di Borgo Panigale, spinta da un motore longitudinale di 90°.

La 750 Imola (derivata di serie della GT) esordisce a tempo di record alla 200 miglia di Imola e di fronte a 85.000 spettatori realizza una delle più grandi imprese della storia del motociclismo, con Paul Smart e Bruno Spaggiari che tagliano il traguardo davanti a tutti.

Fino al termine della sua carriera Taglioni prosegue nell’innovazione e nella sperimentazione in ambito racing, mettendo la sua firma su progetti come la Pantah 500 e la 750 F1. Sul sito e sul canale YouTube di Ducati, la miniserie “Fabio Taglioni – A Life of Passion” racconta la storia dell’ingegnere romagnolo, corredata da immagini e video esclusivi.

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Emiliano Arrieta: fare impresa con la passione della moto

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Emiliano Arrieta si è fatto spazio nel mondo dell’abbigliamento partendo dalla passione per la moto (ne possiede una ventina) e grazie ai consigli della madre. Ha creato più di un brand, fra alti e bassi, oggi è un designer d’interni affermato

Di buona famiglia – il padre è un grafico pubblicitario di origine argentina, la madre antiquaria e milanese da generazioni – Emiliano Arrieta dopo il liceo artistico si iscrive alla facoltà di architettura, ma senza conseguire la laurea perché, invece di studiare, passa il tempo in pista con la sua moto da cross.

La madre, constatata la sua inconcludenza e stufa delle promesse mai mantenute, a un certo punto taglia i fondi e lo costringe a trovarsi un lavoro. Siccome gli piacciono le moto, lo manda a imparare un mestiere dal figlio di una cara amica, che ha appena aperto un’officina e un negozio in via Niccolini a Milano.

Arrieta a scuola da Carlo Talamo

Lui è Carlo Talamo, ovvero il geniale personaggio che ha portato in Italia le Harley-Davidson e le ha trasformate da moto di nicchia, semisconosciute ai più, a fenomeno di costume e oggetto del desiderio per intere generazioni.

Emiliano da Carlo impara molto, facendo di tutto e bruciando le tappe. Dopo varie mansioni, finisce al banco del reparto abbigliamento e accessori.

Un giorno entra in negozio Elio Fiorucci [noto stilista e talent scout della moda, ndr] e gli chiede dove ha comprato la camicia da cowboy che ha addosso in quel momento. Emiliano risponde che l’ha ideata lui e se l’è fatta cucire dalla sua sarta di fiducia.

Elio chiede se per caso è interessato a produrla in serie e venderla in un corner del suo celebre negozio di Piazza San Babila, in centro a Milano. Emiliano rimane lusingato dalla proposta ma è anche un po’ spaesato perché non ha idea di come attuarla.

Fino a quel momento Arrietta aveva fatto di tutto: le pulizie, l’assistente meccanico, il commesso ma mai l’imprenditore.

Anche se aveva osservato, da molto vicino, Carlo gestire la sua di azienda. Quindi, essendo sveglio, qualcosa per osmosi l’aveva appresa e perciò si lancia nell’impresa.

Quello che gli manca glielo fornisce Fiorucci stesso, che scommette su di lui e sul suo talento.

Arrietta inizia la corsa imprenditoriale

A quel punto Emiliano si licenzia dalla Numero Uno, con grande rammarico di Talamo, e crea il suo primo marchio di abbigliamento: Monterrey, in omaggio alle origini argentine del padre.

Le camicie vendono bene ed Emiliano, che nel frattempo, ha fatto i soldi e si è reso conto che l’attività imprenditoriale è ormai avviata e può andare avanti anche senza di lui, ricomincia a godersi la vita.

Si trasferisce così in Sud Africa, per inseguire la sua passione per il surf da onda.

Dopo un anno Fiorucci gli chiede di allargare la collezione di camicie con altri capi, come ad esempio le t-shirt, che nel suo negozio sono sempre molto richieste.

Un altro brand

Allora Emiliano torna in Italia e crea il suo secondo brand. Stavolta lo chiama Waimea, dal nome della celebre onda hawaiana considerata incavalcabile dai surfisti. Per quanto l’onda che dà il nome all’azienda sia un ostacolo insuperabile, per lui l’impresa non lo è affatto.

Le magliette riscuotono infatti un enorme successo. Quando, nel 2003, Fiorucci chiude il suo storico negozio milanese, Arrieta apre un suo spazio monomarca alla Colonne di San Lorenzo, ai tempi la zona della movida milanese per eccellenza. Poco dopo, a quello ne seguiranno molti altri in tutta Italia, grazie alla collaborazione siglata con un grosso partner commerciale.

Dopo molti anni il mondo della moda cambia, Waimea non è più in auge come prima ed è costretta a chiudere molti dei suoi punti vendita. Non sapendo cosa fare di tutti gli arredi con cui aveva allestito i vari negozi, Emiliano chiede aiuto alla madre antiquaria. Decidono di venderli e la cosa ha talmente tanto successo che a un certo punto hanno più richieste di quante riescano a soddisfarne.

Così Arrieta ha l’intuizione di creare un nuovo brand, che chiama Splendido Sofà, con cui produrre e distribuire gli arredi da lui disegnati.

Designer con 20 moto

Oggi Emiliano Arrieta è un interior designer di successo. I suoi pezzi trovano posto in abitazioni private di lusso e in spazi commerciali di alto livello. Attualmente lavora nel suo spazioso loft/officina situato nell’Oltrepò Pavese, che ha soprannominato Corte dei Miracoli.

All’interno trova posto anche tutta la sua collezione di motociclette, formata da una ventina di pezzi.

Si va dalle iper-sportive che usa solo in pista alle supermotard con cui gareggia, passando per alcune special e cafe racer inglesi e arrivando a varie custom americane da lui realizzate e curate fin nei minimi dettagli.

Foto: Fabio Oriani

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Tanzania: se la cooperazione si muove (anche) in moto

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Tanzania moto

Ripensando alla Tanzania e alle moto a Camilla oggi scappa un sorriso. L’abbiamo intervistata e ha raccontato di SeedScience, della cooperazione, e di come vanno le moto da quelle parti

«In verità, quando mi sono trovata la prima volta a guidare una moto in Tanzania lungo il bush non mi è sembrato molto diverso da quanto facevo ogni giorno. Alle buche di Roma Nord ci sono abituata, e poi c’era da arrivare presto al villaggio, dove ci aspettava il dottore»

Camilla è rientrata a casa dopo un’esperienza di alcuni mesi in Tanzania, dove ha seguito un importante progetto di cooperazione internazionale. Ancora le brillano gli occhi, a ricordare le giornate intense passate in un ambiente radicalmente diverso da quello in cui era abituata a muoversi.

«Il progetto SeedScience in Tanzania – spiega Camilla – è iniziato con la selezione di dieci insegnanti di scienze da impiegare nei dintorni di Bwawani-Ubena, dalle scuole elementari ai licei. Abbiamo fatto un lavoro di formazione. Due volte a settimana, i prof venivano al nostro insediamento, gestito dalla Ngerengere River Eco Camp, una ONG attiva nel settore ambientale e dell’educazione, nostro partner locale. Abbiamo proposto una serie di esperimenti che possono facilmente inserire nel loro programma didattico, organizzando la formazione su quattro filoni».

Di cosa si tratta. «I filoni sono: deforestazione, inquinamento dei fiumi, cambiamenti climatici e gestione dei rifiuti/riciclo. Problematiche che li toccano da vicino. Abbiamo parlato di metodo di insegnamento, ci siamo confrontati a vicenda, imparando ognuno dall’altro. Hanno già iniziato a cambiare l’approccio didattico che propongono agli studenti, con lezioni molto più interattive. Questa prima fase del progetto è stata finanziata dal progetto Grant Explorer, della National Geographic Society: ora gli insegnanti vogliono continuare questo lavoro, il gruppo è molto affiatato e determinato. E per portare avanti l’attività, hanno attivato un progetto di crowdfunding: i fondi raccolti vengono trasferiti al team SeedScience in Tanzania; è possibile seguirci su Facebook  e Instagram per ricevere aggiornamenti, o collegarsi al sito www.seedscience.it».

In Tanzania usavate le moto invece di un fuoristrada?

«L’insediamento dove dormiamo è nel bel mezzo del bush, distante dal villaggio più vicino almeno un’ora e mezzo con una Jeep, su una strada più che sterrata, sempre infangata, sconnessa e variabile a seconda delle condizione meteo, passando tra capanne di Maasai, contadini, di allevatori di mucche o capre.»

Soluzioni? «Con la moto, invece, i tempi si dimezzano, malgrado gli imprevisti sempre dietro l’angolo, per via del terreno che spesso costringe a inventarsi nuovi passaggi. Se piove, i ruscelli diventano fiumi, spesso ci si impantana nel fango, o si rimane senza benzina ed allora si procede a piedi. Nel villaggio di Bwawani, molti ragazzi senza un vero mestiere fanno il “bodaboda di pikipiki”, ovvero il conduttore di moto, per guadagnare un po’ di soldi. Mezzi pubblici per brevi distanze di fatto non esistono, e pochissime persone hanno una macchina o moto di proprietà. Quindi la cosa più semplice è farsi portare in giro da qualcuno. Almeno tre volte a settimana avevamo bisogno di andare al villaggio, cercare materiale per gli esperimenti, connetterci a Internet, incontrare persone, o anche per prendere un bus per Morogoro, la città più vicina, distante un’ora di viaggio dal villaggio».

Mi ha parlato di taxi-moto? In Tanzania per gli spostamenti in moto abbiamo iniziato ad avere i nostri bodaboda di fiducia, che ci prendevano all’alba e ci riportavano indietro al buio, magari sotto un improvviso diluvio: piano piano siamo diventati amici. Mi hanno permesso di guidare la moto e mi sono diverta moltissimo. Tutti guardano stupiti una ragazza, oltretutto una Mzungu – il loro termine per chiamare i bianchi – che guida la moto da quelle parti non si era ancora vista!».


In Tanzania c’è un modo di usare la moto diverso da quello delle nostre parti

«Ho iniziato a guidare più per divertimento che per necessità. Mi divertiva il confronto con Roma, dove ci sono regole da rispettare che in Africa non esistono. Sulle moto (quasi tutte di provenienza cinese, con motori 4T da 125 cc raffreddati ad aria, ndr), ci portano di ogni cosa. Minimo ci vanno in tre, oppure caricano capre, vitelli, galline, pile di sedie di plastica, sacchi da trenta chili di carbone con sopra anche una persona, pacchi di farina o cemento, legname e lamiera, mattoni e materiali da costruzione lunghi 4 metri. Ovviamente, tutti rigorosamente senza casco!»

I rifornimenti in corsa? «Sì poi fanno rifornimento senza fermarsi, in corsa, svuotando bottigliette di plastica piene di benzina direttamente nel serbatoio. Tutto certo poco sicuro e per niente a norma! Ma le moto sostituiscono anche le ambulanze. È quello che capitato a una mia amica incinta, che non si sentiva bene. L’hanno caricata in sella e portata con la moto al villaggio per una visita. Da qui, diretta all’ospedale in città, dove la stessa sera ha partorito».


Cosa fate di preciso in Africa?

«Il progetto SeedScience ha un suo slogan: “Seminiamo Scienza, Raccogliamo Futuro”. L’educazione è la chiave per lo sviluppo e il cambiamento passa attraverso le risorse locali. Nel 2021, pandemia permettendo, organizzeranno un altro grande evento di formazione in Africa, coinvolgendo stavolta venti nuovi insegnanti, per favorire il miglioramento dell’educazione scientifica locale. SeedScience è un’associazione italiana di giovani professionisti e professori dell’Università Tor Vergata di Roma.»

Qual è il metodo? «Formiamo insegnanti di scienze proponendo un metodo innovativo per insegnare la scienza attraverso esperimenti pratici, con materiali a basso costo. Il progetto SeedScience è stato già avviato con successo in Ghana, Kenya e Uganda, finanziato da donatori privati, dall’Università di Roma Tor Vergata e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. La National Geographic Society ci ha permesso di piantare il seme di scienza, e ora siamo pronti a farla crescere. È partita una campagna di crowdfunding: i fondi sono direttamente trasferiti al team SeedScience in Tanzania. Seguiteci su Facebook  e Instagram per aggiornamenti, o collegatevi al sito www.seedscience.it». 

Alfonso Rago

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