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Ride Out

Ride Out in Bavaria su una Yamaha FJR 1300 AS

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Yamaha FJR 1300 AS

Un weekend (romantico) in sella a una Yamaha FJR 1300 AS con impeto (e tempesta) ma tra castelli da favola, passi alpini e morbidi saliscendi. L’ideale per concedersi una fuga on the road sulla più nota strada tedesca, celebre più per l’atmosfera bavarese che per le curve e per questo molto easy

In sella a una Yamaha FJR 1300 AS il viaggio chiama FUEL verso la Germania.

di Nicola Andreetto

Chiamarla “Romantische Strasse”, la strada romantica, è stata un’astuta idea di marketing territoriale che a partire già dagli Anni 50, ha saputo attirare su questo percorso turisti da tutto il mondo, divenendo un esempio anche per molte altre regioni in cerca di valorizzazione. La fama di questa antica rotta che, partendo dal fiume Meno a Wurzburg ridiscende attraverso Franconia occidentale e Svevia fino alle Alpi tedesche, ha reso la Baviera una destinazione ambita non solo per gli eccellenti boccali dell’Oktoberfest. Ad attirare i visitatori in quest’aerea oggi è un mix di natura, storia ed elevata qualità della vita.

Il viaggio in moto prima del confinamento

Un richiamo che ci ha spinto a raggiungere la Baviera anche se il tempo a disposizione era limitato e ci ha costretto a qualche tratto autostradale. Ma la tentazione di un weekend romantico è troppo forte e per chi abita nel nord Italia anche quarantott’ore possono essere sufficienti per un piacevole assaggio bavarese. Ma il patto è quello di avere una moto piuttosto comoda come la Yamaha FJR1300 AS utilizzata da noi.
Diversamente è meglio dilatare i tempi e gustarsi il tutto con più calma: con cinque giorni a disposizione si può percorrere tutta la Romantische Strasse senza stress. Va ricordato: il romantico che ha battezzato questo itinerario si riferisce al periodo storico e non all’ardore di un fidanzato per la propria amata. In particolare sono i castelli costruiti da Re Maximilian e Re Ludwig II nei pressi di Fussen a essere meta di un pellegrinaggio quantomeno variegato.

Yamaha FJR 1300 AS

COMPAGNA DI VIAGGIO YAMAHA FJR 1300 AS

Quella della FJR 1300 è una sigla entrata nella leggenda Yamaha: da decenni è in cima alle preferenze tra i grandi macinatori di chilometri, irriducibili amanti di una sportività in guanti di velluto, estimatori di bellezze extra-large che non sono disposti a rinunciare a un po’ di pepe, seguaci della più classica filosofia giapponese, rappresentata in ambito moto dal motore quattro in linea. Ed è proprio per innalzare ulteriormente il comfort a livelli navali che con l’allestimento AS osa addirittura rinunciare alla leva della frizione. Anche per questo motivo l’abbiamo scelta per la fuga romantica mordi e fuggi.

Regale nei lunghi tratti autostradali, nei quali può mantenere velocità di crociera tipiche tedesche, vanta una stabilità ferroviaria e si dimostra più maneggevole di quanto si pensi sui passi di montagna quando, benché non sia paragonabile a una super-motard, sa divertire con gusto e bassi giri.

La Yamaha FJR 1300 AS è una sport-touring tutta d’un pezzo come tradizione comanda, che ha saputo aggiornarsi e stare al passo con la tecnologia. Lo spazio in sella è abbondante per due, il cupolino si regola elettricamente e la capienza delle valigie – di ottima fattura – è più che sufficiente per un viaggio di più giorni.

E la frizione? Sulle prime – e sulla prima – mette un po’ di incertezza, ma ci si prende presto l’abitudine risultando in effetti una soluzione molto pratica. Le marce si possono inserire sia tramite pulsanti sul manubrio che con la classica leva a pedale ed entrano con rapidità e precisione. Su questo tipo di tragitto non avremmo potuto chiedere di meglio. Non meraviglia che in centro Europa piaccia tanto.

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Chi va sulla Romantische Strasse

Sulla “Romantische Strasse” si incontra il motociclista felice di avere una scusa per attraversare le Alpi, il ciclista che ne approfitta per un’escursione nei fitti boschi, il sedentario che ci arriva in carrozza a cavallo. Giovani, anziani, coppie, bambini, europei, americani, asiatici… Tutti conoscono la Romantische Strasse e si affollano ai castelli di Hohenschwangau e soprattutto di Neuschwanstein, quello che si dice – e non è difficile crederlo – abbia ispirato anche Mr Disney per il proprio logo.

La via è poi costellata di villaggi medievali e residenze che hanno, per certi versi, ancor più valenza storica, ma è su questi che si concentra il maggior afflusso anche per la controversa e affascinante figura di Ludwig. Vale la pena ricordarlo quando si programma il viaggio.

Il periodo ideale per intraprendere il viaggio è tra maggio e luglio

Quando il cielo azzurro e le nuvole bianche ci rammentano il motivo della bandiera bavarese. Non ci sono controindicazioni nelle altre stagioni, esclusa la neve sulle Alpi in inverno. Va ricordato poi che qualche copioso acquazzone va messo in conto anche nella bella stagione, anzi da queste parti non è cosa rara. Anche con la pioggia, però, il manto stradale è eccellente e benché non ci siano molte occasioni per pieghe memorabili, ci si lascia cullare dai dolci saliscendi.

La Romantische Strasse, strada facile, è percorribile con soddisfazione con qualsiasi tipo di moto 

Nell’itinerario dall’Italia, a meno che non si abbia parecchio tempo a disposizione, è obbligatorio percorrere dei lunghi tratti autostradali prima di concedersi qualche lusso alpino come il davvero imperdibile Passo del San Bernardino. Un’ottima variante, magari per il ritorno, è poi quella di deviare a Spluga per transitare attraverso l’omonimo Passo. Bisogna però accertarsi che sia aperto e tenere conto del tempo in più che sarà necessario per scendere dalla Val Chiavenna.

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Per noi che siamo arrivati dalle Alpi, la prima tappa romantica è stata la cittadina di Fussen, dove consigliamo di soggiornare sia per la facilità di alloggiarsi che per visitare il piacevole centro storico, prima di recarsi ai sopracitati e irrinunciabili castelli.

A Fuggerei sulla Yamaha FJR 1300 AS

Di tutt’altra fattura, scopo e destinazione è invece la Fuggerei, primo esempio al mondo di quartiere popolare risalente al 1521. Si trova ad Augsburg (Augusta) ed è stata costruita da Jakob Fugger detto “il ricco” e da allora affittata ai suoi concittadini bisognosi a determinate condizioni: si deve essere nati ad Augusta, essere cattolici e indigenti, versare 1 Fiorino renano all’anno (circa 0,88 euro) e dire tre preghiere al giorno per il suo fondatore.Tutt’oggi abitata, va visitata se non altro per vedere la casa n°13, l’unica mantenuta con gli arredi originali. Anche se la strada romantica prosegue e non siamo che all’antipasto, la città romana di Augusta è il giro di boa del nostro weekend mordi e fuggi. La città natale di Bertolt Brecht diventa vivace il sabato sera popolandosi di giovani universitari, mentre si riempie di quiete la domenica mattina, momento ideale per gustarsela con una bella passeggiata.

Ride Out

Con Una Benelli Imperiale 400 in Lomellina si sta Bene

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Lomellina imperiale

A un passo dal traffico padano, la Lomellina è un angolo di placida pianura d’altri tempi. Qui storia medievale e civiltà contadina ci fanno sentire cavalieri erranti in sella alla nostra moto, specie se su una classica con pochi cavalli e tanto charme

La Lomellina non è un famoso comprensorio turistico: non ci sono alte vette, impianti di risalita o stabilimenti balneari, non ci sono strade costiere e neppure antiche vestigia romane.

La Lomellina è pianura nel senso più stretto e intimo del termine. Ed è proprio in questa placida campagna, compresa tra i grandi fiumi Po, Ticino e Sesia, che ci siamo mossi come cavalieri erranti in sella alla Benelli Imperiale 400.

Oggi la Lomellina ci appare come una vasta distesa di coltivazioni, soprattutto risaie, ma un tempo era tutto un fitto bosco. Qui nel Medioevo i signori di Milano venivano a dilettarsi nella caccia, prima che la mano dell’uomo cambiasse aspetto e destinazione di questo territorio, trasformandolo in un mosaico geometrico di appezzamenti, filari, canali e rendendolo l’habitat ideale per tante specie di uccelli, come aironi, garzette, nitticore e falchi di palude.

Base di partenza per una gita alla scoperta della Lomellina non può che essere Vigevano. La perfezione architettonica della sua Piazza Ducale, risalente al 1494, è lo scenario perfetto per lasciarsi alle spalle la frenesia meneghina e gustarsi magari un buon caffè prima di mettersi in marcia.

Vigevano delle calzature e non solo

In quella che è una delle città più popolate della regione piemontese (la sua area urbana sfiora gli 80.000 abitanti) e che alla fine del 1800 era nota anche come “capitale mondiale della calzatura”, c’è molto da vedere, per cui vale la pena calcolare il tempo di una bella passeggiata almeno per ammirarne il centro medievale.

A pochi passi dalla piazza voluta da Ludovico il Moro, si può salire sulla Torre del Bramante e godere così di una prospettiva privilegiata sulla città, oppure entrare nel complesso del castello, il cui giardino è ancora oggi luogo di passaggio e ritrovo per i vigevanesi di tutte le età. Anche se scalpitiamo per risalire in sella, perdiamo qualche altro minuto per passeggiare tra le arcate della strada coperta e per le vie del centro. Rifocillati nello spirito, puntiamo le ruote verso Mortara.

Verso la vera Lomellina

Il collegamento di appena 14 km non è dei più entusiasmanti, ma consente di uscire dalla zona industrializzata per entrare nella vera Lomellina: Mortara è l’ultimo centro abitato importante e d’ora in poi è aperta campagna, puntellata da piccoli borghi spesso riuniti attorno ad antiche costruzioni.

Lo è Castello d’Agogna, come si evince dal nome stesso, un abitato che sorge attorno al Castello Isimbardi, antico fortino divenuto residenza signorile in periodo rinascimentale e ancora oggi tra i luoghi prediletti in zona per eventi e ricevimenti. Superato l’abitato, svoltiamo a destra e imbocchiamo il lungo rettifilo per Sant’Angelo Lomellina e Robbio.

Davanti al manubrio della Benelli la campagna sembra distendersi, fino al gruppo del Monte Rosa che ci guarda imponente. Superato Robbio, tappa della via Francigena, raggiungiamo Palestro. È il Comune più occidentale della Lombardia celebre per la battaglia del 31 maggio 1859, fondamentale per gli esiti della seconda guerra d’indipendenza italiana.

I resti dei caduti piemontesi, francesi e austriaci sono stati raccolti nell’ossario inaugurato nel 1893, simbolico giro di boa del nostro itinerario. Riprendiamo infatti verso sud, seguendo il corso del fiume Sesia ed incontriamo, poco fuori l’abitato, le Chiuse di Palestro.

Lomellina

La SP56 prosegue sorniona

Tra i campi fino al piccolo comune di Rosasco, altro caseggiato stretto attorno a un antico castello dell’anno Mille. La provinciale 21 ci riporta verso il fiume, costante presenza che sembra guidarci in questa scoperta. si prosegue fino al castello di Cozzo, fortificazione del 1214 che ebbe ospiti illustri tra i quali anche il Re di Francia, Luigi XII.

Superiamo la vicina Candia Lomellina, dove solo un ponte sul Sesia ci separa dal Monferrato. E proseguiamo verso sud, raggiungendo l’Abbazia di San Pietro di Breme, ancora oggi al centro della vita del paese.

La cavalcata del fiume Sesia termina qui, nel fiume Po, mentre la nostra tra un castello e l’altro è tutt’altro che finita: dopo pochi chilometri, raggiungiamo infatti quello di Sartirana voluto da Gian Galeazzo Visconti nel 1300 e che oggi ospita il “Centro Studi e Documentazione della Lomellina” e la “Fondazione Sartirana Arte”.

Non è un caso se proprio ai piedi del castello ci imbattiamo in un grosso batrace di bronzo. Il batrace ci ricorda che qui, la prima settimana di settembre, si svolge la rinomata Sagra della Rana!

Prima di raggiungere Mede, allunghiamo ancora verso il punto più a sud del nostro itinerario. Ecco il bel Castello di Frascarolo, oggi sede del Museo del Contadino. È visitabile ogni primo sabato del mese. Da qui potremmo proseguire verso Pieve del Cairo ma decidiamo di ripuntare a nord-est. Si continua per vedere Lomello, paese a cui si deve il nome di questa regione, prima di toccare un ultimo bel castello, quello di Scaldasole.

Ci lasciamo dunque alle spalle la placida Lomellina a Garlasco. E torniamo verso Pavia passando prima per il pittoresco ponte delle barche di Bereguardo. Il ponte è realizzato su chiatte ha già una storia di sette secoli alle spalle e ci riporta sulla sponda orientale del terzo grande fiume di questa storia, il Ticino. 

Nicola Andreetto

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Ride Out

Rideout: una Harley-Davidson iron 883 sullo Stelvio

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Rideout Harley

Rideout: i viaggi dei lettori di Fuel Magazine. Come li raccontate voi, con le vostre emozioni e le vostre moto davvero speciali.

Le cromature sono lucenti, la vernice è così brillante che vi potete specchiare.

Beh, forse è giunto il momento di uscire dal garage per fare un po’ di strada (chissà…). Allora, fate il pieno di carburante e partite.  Dalla “smanettata” della domenica al weekend; dai viaggi oltre confine alle strade più motociclistiche del Belpaese e perché no, alle prime curve fuori città. Rideout con il racconto di Giovanni Scirocco, sul “Re” dei passi, lo Stelvio, con la sua Harley-Davidson iron 883.

Il Rideout di Giovanni Scirrocco

Ormai è una tradizione: ogni anno, io con la mia compagna, non possiamo rinunciare a quel “toboga” di tornanti che risponde al nome di Passo dello Stelvio, “The King”, il Re indiscusso delle Alpi che si staglia tra Italia e Svizzera, confinato tra la Lombardia e il Trentino Alto Adige.

Per noi è una meta, una sorta di pellegrinaggio, uno spettacolo con i suoi 2.758 metri di altitudine che lo separano dal livello del mare. Sullo Stelvio l’aria è rarefatta e se ci provate con una moto a carburatori vi resteranno impressi i concetti base del rapporto aria/benzina.

Rideout

È un sabato di agosto quando decidiamo di metterci in sella per raggiungere lo Stelvio.

A proposito: la sella in questione è quella della nostra fedele Harley-Davidson Iron 883 che il giorno antecedente ho pensato bene di controllare: pressione dei pneumatici ok, olio pure. A posto. Il meteo promette bene perciò al risveglio l’umore è quello di chi, da bambino, si alza prima della sveglia per andare al luna park. La serranda del garage si solleva, ci sono i caschi sottomano e lo zaino è già sulle spalle (…della sua compagna, Alessia Caldara). Il V-Twin borbotta al minimo e si parte.

L’autostrada è sgombra. Stelvio, stiamo arrivando. 

Al casello di Bergamo imbocchiamo la SS42 in direzione Lovere ma c’è un rumore metallico che mi da il tormento, lo ignoro e la strada corre liscia fino a Edolo dove ci concediamo la prima pausa caffè della giornata. Siamo in provincia di Brescia, l’atmosfera montana è già suggestiva, il clima è rilassato. Anche gli abitanti lo sono, nei bar, con il quotidiano sotto braccio.

Eppure non riesco a non pensare a quel fastidioso rumore metallico profuso dalla Iron che dopo una rapida occhiata si rivelerà essere il carterino copri cinghia danneggiato. Pazienza. Poco più avanti troveremo una ferramenta e con la modica spesa di 3 euro, l’equivalente di un rotolo di nastro americano (nero, sia chiaro, proprio come la Iron), sistemeremo provvisoriamente il guasto, mettendo fine a quel fastidiosissimo rumore metallico.

La strada prosegue tra le curve e superata Tirano (la patria del Pizzocchero), tappa dove decidiamo di rifornire il serbatoio da 12,5 litri, proseguiamo in direzione Bormio. Qui comincia la salita vera e propria; l’aria è fresca, la visiera del casco è sollevata. Il panorama spettacolare ci accompagna, tornante dopo tornante, fino al Passo e la prima cosa che facciamo uno volta raggiunto lo Stelvio è concederci una foto di rito con alle spalle il cartello che indica l’altitudine raggiunta; e come noi, ce ne sono tanti di motociclisti pronti a immortalare il momento.

L’aria tersa si mescola al profumo invitante che proviene dai “baracchini” dove personaggi panciuti, vestiti di flanella, sono impegnati a preparare enormi panini con crauti e salamelle: la felicità per soli 6 euro, ma questa è un’altra storia.

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In sella a un Harley Davidson Street Glide sul Delta del Po

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Harley Davidson street glide

Un’idea per un’uscita invernale su una Harley Davidson Street Glide in una zona nota per la presenza di nebbia. Sfida al freddo e all’umidità nel tranquillo fascino del territorio che il grande fiume percorre prima di terminare nell’Adriatico 

Freddo e nebbia non possono essere un alibi per lasciare parcheggiata nel box una moto. Soprattutto se si tratta di una viaggiatrice di razza come una Harley-Davidson Street Glide, dotata di tutto quel che serve per neutralizzare le basse temperature.

Una coppia di manopole riscaldate efficienti e un cupolino che impedisce all’aria di colpire direttamente le mani e la testa di chi guida sono l’armamento che serve per un viaggio in una zona che è universalmente riconosciuta come la “fabbrica della nebbia”.

Harley Davidson Street Glide

La grande quantità di acqua presente nella zona del Delta del Po è inesorabilmente responsabile della formazione della condensa che nei mesi più freddi genera una sorta di enorme nuvola rasoterra regalando un aspetto da fiaba. L’umidità si sente. E non è il caso di avventurarsi in queste zone senza un abbigliamento tecnico adeguato. Ma una consolazione c’è: in questa stagione manca il caldo afoso dell’estate, e non ci sono nemmeno le fastidiose zanzare.

Non solo nebbia

Di norma la nebbia si dirada verso mezzogiorno. E quello è il momento magico nel quale bisogna farsi trovare a Berra, l’abitato che identifica ufficialmente la porta del Delta. Ancora qualche chilometro, e quando l’aria diventa nitida, lasciando percepire con precisione i dettagli che ci circondano, il Po si divide inizialmente in due rami. Se si imbocca la strada di destra, quella che costeggia il Po di Goro, si entra direttamente in contatto con l’ambiente tipico generato da una miriade di ramificazioni di corsi d’acqua che si spingono verso l’Adriatico.

Si entra in un vero e proprio microcosmo che ha il potere di mutar radicalmente non solo con l’alternarsi dei mesi e delle stagioni, ma anche nel corso della stessa giornata. Cercare importanti centri abitati è inutile. Qui è la natura a comandare, con campi e zone umide a perdita d’occhio, attraversate da strade prevalentemente rettilinee, alternate a improvvise svolte a gomito dove l’acqua reclama il suo spazio. Gli unici saliscendi sono quelli dei ponti, classici o di chiatte, che rappresentano le scorciatoie per muoversi in questo labirinto.

Harley Davidson Street Glide

Eppure sulla Harley Davidson Street Glide il panorama non è mai monotono

Non ci sono solo piatti campi coltivati, ma anche piccole e ombrose foreste, come quella del Boscone, che termina a pochi passi dall’acqua. Si ha spesso la sensazione di costeggiare il mare, che in realtà si raggiunge solo dopo avere attraversato il porto di Goro, un paio di villaggi di pescatori e costeggiato il rifugio di una fauna che qui sa di poter contare sulla massima protezione.

Ponte di barche e poi Sacca di Goro

Ancora un ponte di barche, (a pagamento) ed ecco finalmente il mare, che si costeggia per un breve tratto per poi rientrare verso l’interno seguendo il Po della Donzella.

Si raggiunge la Sacca di Goro, un’oasi naturale quasi incontaminata. E si prosegue sempre lungo il corso d’acqua fino ad arrivare alla Sacca degli Scardo- vari, che si trova tra il Po di Gnocca e il Po di Tolle, celebre per l’allevamento di frutti di mare protagonisti della gustosa cucina di questa zona.

Superato l’abitato di Pila, l’avventura alla scoperta del Delta si conclude sulla spiaggia di Boccasette. Il Grande Fiume termina qui il lungo viaggio iniziato sul Monviso, ma l’itinerario non è ancora giunto alla fine, poiché c’è ancora un’ultima sorpresa.

Si inverte il senso di marcia per raggiungere la statale Romea, che si percorre per circa 20 chilometri. Una svolta a destra e pian piano si entra nel cuore di Chioggia, una piccola Venezia in buona parte percorribile con veicoli a motore. La sensazione è esattamente quella di trovarsi in laguna. Con i ponti che attraversano l’unico canale della cittadina e le case variopinte che si specchiano nell’acqua. Ma il clima è decisamente più rilassato, con un turismo meno aggressivo rispetto a quello del capoluogo.

Harley Davidson Street Glide

Buona parte di Chioggia si può girare in moto. Ma vale la pena di ritagliarsi un po’ di tempo per seguire il corso del canale sotto ai portici, disseminati di ristoranti e locali che propongono i caratteristici “bacari”, l’equivalente veneto delle tapas spagnole. Offrono stuzzichini a base di pesce, dalle sarde in saor al baccalà mantecato, oltre ai gustosi e relativamente economici piatti per chiudere in bellezza una giornata invernale su due ruote.

Chi ha ancora qualche ora a disposizione si può spingere avanti, per scoprire Pellestrina. La si raggiunge in pochi minuti con il vaporetto che parte ogni mezz’ora. La traversata è riservata a pedoni e ciclisti, ma se la moto non è troppo pesante il comandante fa uno strappo alla regola.

Valerio Boni

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