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Fuel Book

Road Racing World: Astronauti su strada

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Road racing world è qualcosa di più: con Fuel selected book entreremo nella mente dei road racer pronti a spalancare il gas, saliremo in sella affrontando tratti iconici delle velocissime ‘stradali’, conosceremo gli eroi non cantati e i protagonisti immortali

Road Racing World è il libro che racconta il mondo road race dalla A alla Z, anzi from A to Z. Perché qui ogni lettera rappresenta l’iniziale di una parola chiave che si lega al mondo delle road race e alla simbologia dei luoghi dove si corre e dai cui spostarsi per vivere le stesse passioni di Fuel Magazine. Road Racing World è un on the road raccontato fra le gare più belle, questo è il libro, seconda fatica di due appassionati ed esperti delle corse su strada. Fra le pagine ci sono ritratti dei migliori astronauti della terra a due ruote, piloti con una forza talmente dirompente che anziché cavalli a benzina sembrano cavalcare dei Soyuz dello spazio. C’è assenza di gravità in pista quando si cerca la velocità della luce.

GLI AUTORI DI ROAD RACING WORLD

Tutta l’immagine, la ricerca fotografica e le idee a colori di Road Racing World arrivano grazie alle fotografie di Diego Mola, il cui occhio a 2000 frame al secondo, ha saputo catturare sapientemente quei dettagli nelle curve, fra cemento e guardrail, che solo chi vanta la passione carburata e il pregio di esserci fisicamente, può scattare.

Essere fra le gare a vivere il rischio dei piloti e l’emozione degli spettatori, è anche la passione preferita di Marta Covioli, grande autrice di Road Racing World. Fondatrice di quello che lei stessa ama definire “Il punto di riferimento italiano sulle road race”, roadracingcore.com, blog fondato nel 2013, oggi è diventato davvero quello che lei dice. 

E chi vuole sapere delle gare su strada, deve passare proprio da queste pagine web. Marta invece è apparsa nella redazione di Fuel Magazine con le suole intrise dell’asfalto sciolto dell’estate più calda di sempre. Marta, lo sguardo angelico e pacatezza che frugano l’animo di una vita fatta di motori. Lei che le moto le guarda, le vede, le racconta, anche in tv.

PAGINE DI MOTO

Marta è la dea Kali a due ruote: lingua e parola della moto e Road Racing World l’ha pure scritto in inglese, e italiano, perché aiuta: due ruote, due lingue. Un must nella biblioteca dei rider o da tenere -esposto- in garage. Narrazione avvincente, sapore beat, in Road Racing World il vento delle pagine profuma di benzina, di gomme calde e di bitume delle strade più veloci del mondo. Si va dal Macao Grand Prix, al Tourist Trophy dell’isola di Man, storie fra la brulicante portoghese/asiatica Macao e una coppa di terra sul mare d’Irlanda.

C’è “l’immenso talento” descritto a inchiostro dei piloti, che si mettono a sfrecciare fra infrastrutture cittadine, i punti di riferimento della noia quotidiana di chi li vive per quello che sono: muretti a vista, semafori e marciapiedi diventano parte della pista, punti di appoggio dalla visiera o di riferimento per l’asfalto graffiato che viene dopo.

Piloti che vanno e piloti che vengono rinnovando il mito del brivido, l’adrenalina dell’equilibrio precario, associata a quella potenza che sale dall’inguine. C’è poi l’emozione per i premi intitolati a quelli che sono entrati nell’Olimpo delle road racing, guerrieri dell’asfalto.

L’AUTRICE

Per raccontare tutto questo Marta è cresciuta in un connubio litigioso: la madre la voleva alle gare di F1, il papà a quelle di moto, su asfalto ma non solo. E così è rimasta Marta anche da grande, in questo dubbio atavico fra le due e le quattro ruote – mentre a Fuel Magazine invece non abbiamo incertezze, in moto anche sul ghiaccio – Marta abita poco distante dalla redazione, di base nel fiabesco contesto prealpino di Lecco, dove ogni crespa di quel calmo ramo del lago sembra invece un circuito dove correre, senza impedimenti.

Gira il lago, vibra, e con lui le sue moto. Marta però con quelle preferenze per i sedili delle quattro ruote, le ore a correre in pista, e tutta la comunicazione che ne deriva da una parte e dall’altra. Con quel timoroso, reverenziale rispetto, forse la paura, anche da spettatrice “super-evoluta” qual è, di quella rumorosa bellezza dangereuse che solo il favoloso mondo delle corse su strada sa regalarci.

Andrea G. Cammarata

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In “Parole Ribelli”, la risposta al perché siamo motociclisti

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Parole Ribelli

Per capire da dove veniamo e cosa diventiamo in sella, ci sono le pagine di “Parole Ribelli”. Un libro che si apre al motociclista in cerca d’identità

Motociclista, rider, biker, centauro: questi i nomi di quell’individuo la cui scelta è un veicolo altamente identificativo, pericoloso forse, ma sinonimo di grande libertà.

Quanto ai giovani, le due ruote rappresentano l’ingresso nel mondo sociale con tutte le responsabilità che ne conseguono; si parte dalla bicicletta, spesso primo grande regalo dell’infanzia. Poi, in piena tempesta ormonale, l’upgrade aggiunge un motore alle due ruote muscolari e, con la Vespa, lo scooter, o subito i cinquantini da cross, nasce l’idea del viaggio.

Perciò il giovane diventa in qualche modo ribelle, confrontandosi con il sistema famiglia, alla volta di un processo naturale verso l’età adulta che sigla il fatidico punto di non ritorno.

Alla fortuna di possedere una moto si associano poi le idee, il malessere, il disagio

La moto che indubbiamente unisce, ragazzi e ragazze, durante l’adolescenza verso la scelta di compagnie, giuste o sbagliate, creando comunque gruppi d’amicizia che continuano nel tempo e si confrontano. 

Parole Ribelli

Per capire tutto ciò, di Alessandro Volpi c’è “Parole Ribelli” (Pisa Univesity Press, 18 euro), opera avvincente su una frattura generazionale che dagli anni ’50 muta nei contesti che trova. Un libro accademico, ma di facile lettura, prezioso per il motociclista che desidera riflettere sulle molteplici identità a cui qualcuno vorrebbe associarlo. Libro illuminante per gli addetti al lavoro del mondo a due ruote, visto l’incredibile bagaglio d’informazioni a sfondo motociclistico nazionale ed internazionale di cui dispone.

Perché siamo motociclisti ribelli, oppure no, e perché a un certo punto della storia ci hanno dipinto così?

Troviamo molte risposte a questo quesito ancestrale in “Parole Ribelli”. Le sub-culture giovanili americane e anglosassoni incontrano quelle italiane in un contesto differente, perché negli anni ’50 l’Italia viveva il Miracolo Economico ma doveva fare i conti con le durezze ereditate del fascismo, avanzando tramite una politica indecisa fra la censura dell’anti-imperialismo e la morale della società borghese. È un ring da Guerra Fredda quello sul quale i giovani, e in questo caso i motociclisti italiani, devono scontrarsi nel periodo che arriva dopo la Resistenza.

Cosa succedeva Oltreoceano

Oltreoceano gli anni Cinquanta sono una fabbrica di miti: Elvis Presley, Marlon Brando, James Dean, la Beat Generation, i Teddy Boys, il jazz, il rock. E in qualche modo la moto è sempre protagonista, attraverso il cinema, i libri, la politica. “Il selvaggio” (1953), con protagonista Brando, pellicola ispirata dal testo“The cyclist Ride” di Frank Rooney, introduce un discorso centrale in “Parole Ribelli”, che si nutre di quella:

“Evidente matrice ribellistica, ma difficilmente comprensibile e qualificabile, scatenata dalle bande di giovani motociclisti.”

Al riguardo, Federico Fellini si domandava da cosa volessero evadere i “vitelloni americani” e quale fosse il senso delle loro azioni. Ma nel 1980 in “La città delle donne“, il noto cineasta incarnerà la rivoluzione del femminismo proprio nella donna-motociclista, interpretata da Jole Silvani. E indietro nel tempo in “Amarcord” (1973), c’è un motociclista anonimo ed irriverente chiamato “Scureza di Corpolò”.

Ribelle senza causa

Anno 1955: James Dean si fa divo con “Rebel without a cause” (Ribelle senza motivo), intitolato però in Italia“Gioventù bruciata”. È un colpo allo stomaco per i giovani, perché in fondo quella traduzione cambia tutto il senso di un modo giovanile di essere, di cui i ragazzi probabilmente non avevano ancora nemmeno gli strumenti per capire. Quei giovani che il cinema importa dall’America sono incoscienti, libertari, divenuti criminali perché cresciuti in un contesto borghese e in una società che ha presumibilmente fallito nell’educarli. Forse proprio a causa di quel materialismo capitalista che voleva attecchire in Europa. La causa dunque c’era, e se erano “bruciati” ci doveva essere anche chi li aveva ridotti così.

Ma l’Italia descritta in “Parole Ribelli” è un paese dove le cose andavano diversamente. La gioventù imitava un modello importato, che non aveva creato da sé e che si doveva adattare forzatamente in un presente dagli ideali confusi, dopo il Trentennio che aveva devastato la cultura italiana.

Teddy boys

Il contesto d’Oltreoceano dipinge giovani motociclisti che diventano portatori del dissenso

I motociclisti sono i “disobbedienti”, ma le loro storie vengono senz’altro esagerate dai media che li utilizzano con un risvolto politico, spiega Alessandro Volpi. Molto di ciò che si dice sui Teddy Boys è stato dunque gonfiato. E “Parole Ribelli“ offre un approfondimento su come il fenomeno sia stato manipolato nella Penisola. Le bande di giovani inglesi chiamati Teddy Boys, vestiti con abiti sartoriali di stile eduardiano, apriranno la strada ai Mods, nonché al mito delle Cafe racer nel decennio seguente. Anche loro contribuiscono a generare un discorso sul dissenso che da qualche parte doveva nascere.

Spesso chi utilizza una moto in gruppo, rappresenta un valido argomento per i media

Luciano Bianciardi, traduttore di alcuni dei capolavori di quella Beat Generation che negli anni ’50 fece scalpore con romanzi iconici come “On the road” di Jack Kerouac, l’autore di origini bretoni che a sua volta diede il via al fenomeno degli hipster, moda dai caratteri vittoriani che oggi  rivive in tendenze giovanili addirittura radicalmente opposte a quelle pacifiste declamate dagli altri Beat come Allen Ginsberg e il Gregory Corso di “Gasoline”.

Luciano Bianciardi, spesso citato in “Parole Ribelli“, minimizzava e sosteneva che i comportamenti dei Teddy Boys non erano eccezionali, bensì uguali a quelli delle generazioni precedenti di ragazzacci “degni di essere presi a calci nel sedere”. Quello che è successo dopo fra i motociclisti del Sessantotto e tutto il resto fino ai giorni nostri, sono un’altra storia da leggere insieme. Intanto, per noi di Fuel Magazine, la moto resta soprattutto una passione.

Andrea G. Cammarata





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Latinoamericana, i Diari della Motocicletta

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Latinoamericana

Strade sterrate, polvere sudamericana e mito in Latinoamericana uno dei masterpiece del motociclismo

Latinoamericana. C’è un libro che più degli altri identifica la passione per la motocicletta, nella fattispecie un diario che ricalca tutte le emozioni del viaggio, e quella libertà che si respira soltanto a bordo di un cavallo meccanico come la Norton 500, iconico esemplare purosangue di fabbricazione inglese della prima metà del Novecento.

Poderosa II, così chiama la sua moto Ernesto Che Guevara in “Latinoamericana” (Mondadori); cronistoria di un viaggio che apre gli occhi a uno dei più famosi figli della borghesia sudamericana. Un Che ancora ignaro di quel futuro da combattente e guerrigliero rivoluzionario che lo renderà mito.

I “Diari della motocicletta” sono il getto d’inchiostro che segna indelebilmente la generazione dei giovani centauri, offrendo al contempo l’opportunità agli adulti per rivivere e celebrare ritualmente l’ardore e la virtù della giovinezza, in un risveglio di quella incoscienza spensierata che solo grazie alle idee di libri come “Latinoamericana” può ricominciare a pulsare nell’animo del motociclista.

In chiave anni Cinquanta, la moto è quel Ronzinante del Don Chisciotte, mezzo che offre in cambio l’avventura e la sventura. Il veicolo che svela la battaglia contro quei mulini a vento rappresentati dalle contraddizioni della società sudamericana. Il passare veloce della motocicletta, nelle strade, fra la gente, giungendo vicini con gli occhi dove gli altri non arrivano. Quell’osservare rumorosamente, che rende il motociclista testimone, angelo indesiderato dei luoghi che va visitando.

Così è “Latinoaemericana”, il libro che riesce miracolosamente a sviscerarsi dall’attivismo politico. Il perché lo spiega il Che fra le righe dei diari: “il radicalismo per me non aveva mai avuto importanza come posizione politica”. È ancora principe il Che in queste pagine di gioventù, come un Siddharta che scopre la povertà lungo le strade per la prima volta.

“Latinoamericana” è il viaggio di rivelazione per cui la felicità si raggiunge solo attraverso l’esperienza vissuta.

Studente in medicina estremamente cagionevole ma dotato di tenacia, incoscienza e voglia di compiere imprese soprattutto eroiche, il Che, spronato dalla sfortuna, racconta un’esperienza da bohème con il suo compagno Alberto, emulando le gesta di uno zio vagabondo, – a conferma della tesi antropologica di Claude Levi Strauss che i figli maschi prendono sempre dallo zio paterno o da quello materno -. Così ha fatto il futuro Comandante con la sua Poderosa II, tenuta insieme dal “fil di ferro” per curve e tornanti, mangiando polvere, nonostante l’asma che lo tediava da sempre.

La Poderosa II descritta nei dettagli di cui l’autore non lesina, parlando anche dell’assetto, e del carico che tal volta è talmente sbilanciato “per il peso concentrato sul portapacchi che sposta all’indietro il centro di gravità, impenna la ruota anteriore a ogni minima disattenzione e ci scaraventa lontano”.

Terzo compagno di viaggio, il povero Comeback, cagnolino che più di una volta salta fuori dalla borsa di viaggio rovinando sulla terra battuta. Il record del Che arriva invece a ben “nove cadute in un giorno”. Ma è così che si costruisce il mito: rischiando, conoscendo la paura per allontanarla un po’ di più, ogni volta che questa si ripresenta per confonderci e far pulsare le nostre esitazioni in moto.

Andrea G. Cammarata

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“Destinazione Mondo”: la Honda Win 100 e il Vietnam di Daniel Mazza

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Destinazione Mondo

Passione a due ruote e voglia di solidarietà in viaggio attraverso il Vietnam. Daniel Mazza, autore di “Destinazione Mondo” (Sperling and Kupfer) beginner-biker, ci racconta le sue avventure straordinarie… In sella a una Honda Win 100 nella terra del popolo di Ho Chi Minh 

Destinazione mondo due parole in un titolo che serve per raccontare tutto, o quasi, dei viaggi di sostanza nel sud-est asiatico. Viaggi scaturiti non dalle parentesi delle ferie ma dal “lascio tutto e raddoppio”; così Daniel Mazza, autore di un romanzo che restituisce al lettore i valori – quelli veri – del turismo, ha cambiato vita e lavoro. Lo ha fatto trasformandosi da operatore della sicurezza di un aeroporto in autore di viaggi, solitari e avventurosi prima, poi fatti e organizzati insieme a chi la pensa come lui.

“Destinazione mondo” ci porta attraverso i racconti, scritti in prima persona, di emozioni e volontà di vivere l’avventura in moto, sempre e comunque. Il Vietnam è solo una delle “destinazioni mondo” di Daniel, a questa si aggiungono l’Australia, l’Indonesia e la Tailandia.

Ma in Vietnam c’è soprattutto la moto forse perché 95 milioni di vietnamiti si muovono, o si muoveranno, tutti su due ruote.

Forse perché le automobili il governo del popolo le fa pagare un occhio della testa, o perché in Vietnam comunque fa talmente caldo che il vento sulla faccia rinfresca le idee e fa sempre gridare di gioia quando si attraversano i ponti di Ho Chi Minh City.

Il Vietnam è talmente motociclistico che a scooter, motorette e cafè-race all’asiatica, ha dedicato perfino delle strade riservate… Le tangenziali del “buddhismo motociclistico” come qualcuno le ha chiamate.

Daniel ci ha convinto soprattutto per queste righe di “Destinazione mondo”:

-Moto mia, un bacio te lo meriti, davvero…Te lo meriti, anche se in salita non ce la facevi e se ho insultato ininterrottamente la frizione. Anche se sbandavi pericolosamente e mi hai lasciato troppe volte a piedi in mezzo al nulla per un serbatoio vuoto, per la catena che si sganciava o una ruota che si afflosciava…-

Perciò Fuel, Passioni a benzina, per rilasciargli il distintivo da motociclista vero, ha deciso di incontrare Daniel per voi.

Daniel Quanti chilometri hai fatto con la tua moto in Vietnam? 

3800 chilometri, da nord a sud. Siamo partiti da Hanoi, arrivando poi nel versante est ad Halong Bay, salendo al confine della Cina a Sapa. Da lì, scivolando verso sud, fino ad Ho Chi Minh city. Siamo partiti per un viaggio solidale, a bordo delle due moto con due cassoni agganciati ai lati, da riempire di materiale scolastico da consegnare agli orfanotrofi del Vietnam che avremmo incrociato durante il nostro viaggio.

Hai avuto possibilità di scegliere la moto oppure è stata una scelta obbligata? 

Avevamo voglia di un viaggio epico e dal sapore vintage. Così ci hanno consegnato due Honda Win 100, in maniera tale che anche se fosse successo qualcosa in mezzo alla campagna, anche il contadino meno esperto ci avrebbe potuto dare una mano! 

Disavventure e fuoristrada a due ruote, devono avere arricchito sicuramente la tua esperienza, come è continuata la tua passione per le moto? 

Beh a dire il vero la mia prima moto è stata proprio questa Vietnamita. Prima di allora non avevo mai guidato una moto con le marce ma ero rimasto un novellino che aveva guidato soltanto scooter. Arrivato ad Hanoi, in Vietnam, il Paese con il primato nel mondo per il numero di mezzi a due ruote, è stato un battesimo di fuoco! Ma in un solo giorno ho imparato a cavarmela in mezzo a quel flusso di persone motorizzate.

Raccontaci della libertà del viaggiare in moto, qual è il ricordo più bello che hai del Vietnam? 

Il Vietnam ha dei panorami fantastici e il nostro viaggio, avvenuto nel periodo più umido dell’anno, ci ha permesso di ammirarli e di goderceli mentre macinavamo chilometri. Forse le terrazze verdi di Sapa sono un quadretto impossibile da dimenticare.

Il tuo racconto del Vietnam è una narrazione che oltre al viaggio include la solidarietà. Quanto e in che modo sei riuscito ad aiutare le persone del sud-est asiatico? 

La nostra raccolta fondi per acquistare materiale scolastico è iniziata sui social prima del viaggio, poi è continuata durante la nostra avventura. Abbiamo raccolto 6,000 euro che abbiamo investito sul territorio, acquistando libri, quaderni e matite. Ma anche materiale utile per gli orfanotrofi, come letti, materassi, ventilatori, alimenti, accessori per le cucine e quant’altro. Abbiamo incontrato centinaia di bambini e i loro sorrisi ci hanno riempito il cuore.

Disavventure…

Non è stata proprio una bella idea quella di appendere due casse di alluminio al telaio della moto, è vero? 

Le nostre moto vecchiette hanno comunque resistito alla nostra “invenzione” infelice. Fino a quando qualche cassa è rimasta incastrata a qualche ramo, scaraventandomi a terra, per fortuna senza conseguenze. Una risata e siamo ripartiti!

Quanto sono forti i meccanici vietnamiti? 

Direi che sono stati i nostri supereroi! Ad un certo punto del viaggio la mia moto ha iniziato a perdere impercettibilmente dei bulloni qua e là. Fino a che i raggi della ruota posteriore non mi hanno abbandonato in mezzo al nulla. Un contadino ci ha aiutato a trovare un luogo dove poterla riparare. Sembrava tutto fuorché un meccanico, tanto che come misuratore usava una canna di bambù e non un righello. 

Cosa hai appreso dal buddhismo vietnamita della moto? E dalla guida empatica e senza regole? 

Essendo un principiante, i primi giorni il senso di impotenza che avevo quando ad ogni semaforo non riuscivo a mettere la prima. Mi vedevo travolto da questa folla rumorosa su due vuote, mi ha fatto rivalutare davvero l’importanza del buddhismo.

Per la guida senza regole, userei la solita frase “ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”. Ad esempio? In autostrada in contromano oppure essere superato da una gru!

Hai fatto pic-nic a base di scorpioni e serpente seduto sulla sella della tua Honda? 

Ahah! No a dire il vero mi sono tenuto sul cibo locale. Specialmente riso con pollo perché passando molte volte in zone dove non conoscevano l’inglese ed avendo tutti menu in vietnamita, dicendo “chicken rice” eravamo sicuri che ci sarebbe arrivato un piatto conosciuto e nulla di strano.

Come reagivano i bambini quando vi vedevano arrivare in moto?

Inizio a dirti la mia reazione: ho pianto. Ma proprio tantissimo, di gioia. Mi hanno emozionato tutti. Mi vedevano come il loro supereroe sulle due ruote, gridavano, saltavano, ridevano. Facevano un grandissimo e bellissimo baccano. La fatica di un viaggio così, scivolava via appena mi rifugiavo nei loro sorrisi.

Progetti per il futuro

Dove rifaresti un viaggio in moto all’estero? 

Il mio sogno proibito è la Panamericana, magari anche soltanto la parte che attraversa il Sudamerica, senza per forza arrivare fino a nord. Quello sì, sarebbe un progetto da realizzare, ma c’è un notevole investimento di energie, tempi e denaro.

Prossimo libro in progetto?

Ho intenzione di compiere un viaggio in solitaria ma sono ancora indeciso sulle mete, quindi per scaramanzia non posso rivelare ancora nulla. Sto aspettando la scintilla!

Raccontaci del Saigon Kiss…

Mi ha fatto compagnia per tutto il viaggio. Povero il mio polpaccio, una parte di me è rimasta per sempre in Vietnam o almeno sulla marmitta di quella belva a due ruote!

Ah, come si chiama la tua “belva a due ruote” di Destinazione Mondo? 

Non credo di averle dato un nome. Ma se fosse stato, avrebbe avuto sicuramente il nome di una parolaccia. Almeno per tutte quelle storie che mi ha fatto passare tra un contrattempo e l’altro. Rapporto di amore/odio! Ma era una moto vecchietta… All’arrivo ad Ho Chi Minh city, dopo quasi 4000 Km, non ho potuto fare altro che darle un bacio gigantesco sulla parte frontale! 

Andrea G. Cammarata

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