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Fuel Decibel

Decibel: Slash le Harley, i Guns N’ Roses

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L’Heavy-metal, Slash e le Harley Davidson. Fuel Decibel è la moto-playlist. Anno 1987 “Welcome to the Jungle” dei Guns N’ Roses è il primo brano dell’album “Appetite for Destruction”. Racconta la folle metropoli californiana di Los Angeles e di chi ci capita dentro. Un viaggio metal nella musica che ci carica per la ripartenza.

La voce stridula del signor Axl Rose la conosciamo tutti; alla chitarra c’è Slash arrivato nella giungla di Los Angeles dalla fumosa Londra. È unico, Slash, unico perché con la sua musica non cerca la voce ma lo strumento. Lo si comincia a vedere sugli spalti dei club di LA, riccioli enormi e cappello a cilindro, figlio di una stilista afroamericana, già dannatissimo.

Nei registri dell’anagrafe di Hampstead – anno 1965 – il vero nome di quel chitarrista avanzato nella vita a forza di plettri persi, Jack Daniel’s e cucchiaini bruciati dall’eroina, è Saul Hudson. Tanti vizi capitali per le mani, poche (sane) passioni: Slash ama la chitarra, le Harley, i serpenti.

Slash

Nel 2011, dopo una carriera folgorante, mette in vendita ad un’asta di beneficienza la sua Harley-Davidson V-Rod VRSCAW Twin Racing Street – Custom Cruiser, forgiata dalla Casa di Milwaukee nel 2007, per la prima volta in collaborazione con Porsche. La stima iniziale di questa terribile bike è di circa 10,000 dollari. Perché la solidarietà? Forse pagare meno tasse e magari la morale ha preso il sopravvento sulla coscienza nel petto di Slash, che era già stato ricucito per problemi cardiaci a soli 35 anni.

Sono finiti da un bel po’ gli anni 70

Mentre gli ’80 vengono inaugurati con largo anticipo da Paul McCartney, che stravolge il clima pacifista con “Live and let die“, trodotto “Vivi e lascia morire”, irriverenza applicata al postulato nichilista di Schopenhauer: “Live and let live”  ovvero “Vivi e lascia vivere”. La song, reinterpretata nella cover dei Guns n’ Roses nell’album Use your Illusion I del 1991, vede Slash solista della band, ma ancora per poco.

Passano due anni, arriva The Spaghetti Incident? Album di sole cover punk, funk e rock, ed è un po’ l’inizio della fine della gloria. Croci celtiche, rimmel, pantaloni attillati, kilt scozzesi, teschi, scompare tutta una simbologia, la band del metallo pesante si presenta in copertina con soltanto un piatto di spaghetti al sugo… Eppure, nel disco Slash va ancora alla grande: “One, two, three, four…” Energia pura: è Human Being, il pezzo dove Axl Rose alla fine suona un kazoo sbeffante.

Slash

Un bel giorno del 1995 si dice che Slash abbia ordinato un whiskey o meglio: «Una bottiglia di whiskey» con la risposta del barista negativa: «Il malto distillato viene servito solo dopo le cinque del pomeriggio». Slash pare sia intervenuto caustico contro il barista: «It’s Five o ’Clock Somewhere», vale a dire «Da qualche parte devono pur essere le cinque». Sono le stesse parole con cui più tardi il chitarrista intitolerà l’album degli Slash’s Snakepit: in copertina un serpente aggrovigliato con un cappello a cilindro, canta Eric Dover.

Slash

Cosa ha portato Slash fuori dai Guns n’ Roses in quegli anni?

Forse la voglia di farla finita con le prepotenze ariane di un angelo maledetto chiamato Axl Rose, che gli diceva di farla finita con la tossicodipendenza ma al contempo intonava, “Mr Brown Stone“, brano di Appetite for Destruction dove viene raccontata la giornata di un tossicodipendente. Oppure Slash aveva voglia di rendere leader sé stesso e magari cerca la libertà.

Il paradosso (razziale) in effetti durava già dai tempi di “One in a Million“, presente in Guns n’ Roses Lies, secondo album della band, uscito fra polemiche e censura nel 1988. Nel brano, la voce di Axl inveisce contro gli immigrati, la comunità afroamericana e gli omosessuali: «Immigrants and fagots they make no sense to me / they came to our country / and think they’ll do as they please» (Immigrati e Omosessuali non hanno senso per me/ vengono nel nostro paese e pensano di fare quello che gli pare), e: «Police and niggers, that’s right / Get outta my way / Don’t need to buy none of your gold chains today» (Polizia e negri, okay/ state fuori dalla mia strada/ non mi serve di comprare nessuna delle vostre catenine d’oro oggi).

È così

Slash invece, nato da un’afroamericana, malgrado ciò continua a suonare la chitarra nella band. Però a farsi fotografare sulle sue Harley Davidson ci passavano tutti. Axl con Stephanie Seymour, supermodella apparsa nei video di “Don’t Cry“ e nella ballata “November Rain“, ma anche Duff Mc Kagan, mitico bassista della band di LA.

One in a million

Axl poi si scusa, dicendo che il malinteso di “One in a Million” non era voluto, e che comunque «Giù nelle strade era una guerra…».
È forse per farsi perdonare, oppure sulla spinta di Duff, ammaliato all’età di quattro anni da un convegno di Martin Luther King, che nel 1993 il leader della band scrive “Civil War”. È il pezzo emblematico e pacifista di “Use Your Illusion II”. Axl canta: «Non serve la vostra guerra civile, che arricchisce i ricchi seppellendo i poveri», aggiungendo alla fine: «Cosa c’è poi di civile nella vostra guerra?».

Andrea G. Cammarata

Qui la playlist di fuel Decibel. Slash e le Harley:

Fuel Decibel

Decibel: “Ho attaccato un sassofono al collettore”

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Decibel: la musica e tutte le note che corrono introno alla motocicletta

Fuel Decibel.

È graffiante la voce di ferro, con tutta l’aria avvelenata dalla libertà che esala lungo quel tubo cromato. Prendi la moto prendi un sassofono, e tutto lo stile che si riflette fra questi due oggetti. Guarda bene, perché qui è il profilo delle cose che fa la sinestesia. Quanto rumore e quanto luccichio fra le sfumature delle leghe dei metalli per rendere concreta la passione.

Decibel, Ayler

Quella che per voi fa rumore è musica 

Albert Ayler, sassofonista tenore dell’Ohio di formazione militare, è il precursore del free jazz degli anni Sessanta; amante delle marcette da banda rielaborate in quella primordiale e animalesca potenza di una musica improvvisata sempre più libera. Disse di lui Litweiler, critico musicale, che:

“Mai in precedenza e mai più da allora, ci fu una così cruda aggressione al jazz”.

Allora tu, rider: spingi sulla leva delle marce e parti per il viaggio, con te nessuno o chi ti pare e due camicie; lungo la strada sull’asfalto delle Highway degli States con le ruote che sibilano e le vibrazioni che diventano brividi nati dalla concentrazione, dalla meccanica e dall’acciaio cromato.

Nelle orecchie suona “Ghost”, il pezzo iconico dell’album Spiritual Unity di Ayler, dove la musica inciampa, ritorna melodia, parte e riparte, offrendo un tappeto musicale che rivela uno scorcio di comprensione su tutte le assurdità della vita metropolitana. Echeggia anche “Spirits Rejoice”, registrato nel 1965 al Judson Hall di New York, è il brano che sposta – ironico e beffardo – la riverenza delle marcette militari verso l’anti-accademismo del Free jazz di Ayler. È rivoluzione, voglia di osare. 

1965 e nasce anche la Bonneville T120, con lo scarico cromato e dritto come un fuso. La classicona della Triumph così concepita per spunti corti, tornanti e collinette inglesi. Stesso anno e i centauri British partono a Richmond, perché appena fuori Londra ci sono gli Who: “Anyway, Anyhow, Anywhere”. 

Decibel, Coltrone

Ma c’è ancora da soffiare e voglia di gridare quando giri la manopola del gas sui ponti parigini della Senna. Lo vedi nell’ombra sembra un sassofonista con in pugno un soprano. Quello strumento di uno che perché lo aveva scelto lo sbeffeggiavano tutti, il suo nome è John Coltrane. Live in Paris (1974) e “The Giant” sta suonando la struggente “Naima”. I suoni del ferro sui binari e dei motori dei treni di Gare du Nord prendono vita nelle note che si attorcigliano come spirali, un pezzo su tutti: “Blue train” e siamo indietro nel tempo nel 1957. Il blues saltella per incontrare il tocco sacro di Coltrane. Lui che del ritmo e dell’improvvisazione ha fatto due cose imprescindibili l’una dall’altra. 

Si stanno chiudendo gli anni Sessanta, in piena rivoluzione studentesca, e siamo a parlare del primo album di un inglese che tutti conoscono, tradotto dice così: “Con un po’ di aiuto dai miei amici – With a little help from my friends”, Joe Cocker. In quell’album c’è Bye Bye Blackbird con un blues che rallenta e si fa eloquente. Il pezzo racconta di una vita solitaria di uno che è così, del tipo prendo e vado via… E chi di Joe dimentica la mitica “Up Where we Belong”, colonna sonora delle scene di Ufficiale e Gentiluomo, quando Richard Gere – senza casco – si allontana nel finale in sella a una Triumph Bonneville per cercare Paula, la sua amata. 

Andrea G. Cammarata

La playlist qui

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Fuel Decibel

Fuel Decibel. Cosa hai messo nel serbatoio?

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Fuel Decibel

Fuel Decibel, la playlist per i motociclisti.

Comincia ora il tuo viaggio con Fuel Decibel e non stai solo guidando sull’asfalto questa volta perché con te c’è la musica: il rock dei fatiscenti club di New York, la gran cassa che produce quell’aritmia gradevole insieme con il motore che rimbomba basso.

La tua moto è ferma nel mezzo dello stato dell’Arizona e da qui comincia il climbing sul John Ford Point. Riflesso sul casco di Jack c’è la scia di un aeroplano che striscia nel blue-sky, lo insegui, vuoi sorpassarlo. Il coyote, il cactus saguaro dell’Arizona, e quelli che diretti verso il Messico giurano di avere visto Jim Morrison e la sua famiglia a Phoenix, è il 1962. Rispetto.

Rallenti, pensi di vederla la fenice ma la senti salire piano in “Ice Cream Phoenix” dei Jefferson Airplane, Corona della creazione.

Sono passati quattro anni, il viaggio è lo stesso. Poi t’immagini sul palco per un attimo – back to England – con i Led Zeppelin nella prima e chiassosa performance di “Immigrant Song”, 1972: la voce inizia zingara selvaggia, urlante: “Haaaa, haaa, haaa: We come from the land of the ice and snow. ..The hammer of the gods.” In inglese è così: ..I martelli degli dei.

Fuel Decibel

La materia grigia non sono gli occhi, lei corre va oltre il reale, aggiunge dimensioni. Back to America come un kick-ass senza ritorno dalla grigia e fumosa, fredda Londra. Ancora verso la terra rossa e la polvere americana. La fine degli anni Settanta arriva presto e anche le ragazze si cominciano a domandare dove finiscano i confini della rivoluzione. In un altro modo. The Runaways: “I wanna be where the boys are” la dice tutta e le parole della canzone parlano senza troppe spiegazioni.

A un certo punto la realtà ti si sbatte di nuovo in faccia e serpeggia fra il collo come l’aria della sera sul rettilineo della Road 66 in direzione California. Welcome to the Jungle -anni ‘80- nella città degli angeli. Ma anche un benvenuto nel terzo millennio, lontani dalla California di Axl di “One in a Milllion” con i Black rebel Motorcycle club, la band il cui nome prende ispirazione dalla gang di Marlon Brando in “The wild one”, 1953.

Due anni più tardi Allen Ginsberg scriveva “Urlo”, per la beat generation impacchettata in uno dei suoi vangeli apocrifi: “Jukebox all’idrogeno”. L’incipit lo conoscono tutti ma quello che viene dopo è esauriente: “hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte”. Con il guru della Beat immortalato nella pellicola “maudite” di “Chappaqua” c’erano il sassofonista del free-jazz isterico di plastica, Ornette Coleman; e la mente divina come Shiva, Brahma e Visnu, fuoco, acqua, aria e vento che s’incarnano nel sitar di Ravi Shankar: “Raga miniature”.

Swish, swish sul piatto scintillante e Swing e Bepob: “A Night in Tunisa” Miles Davis e Charlie Parker, 1946 (era ancora vivo).

Due anni prima il d-day e gli americani arrivano da queste parti poi Alberto Sordi riversato su un piatto di spaghetti mentre nel mondo quantico della musica siamo da un’altra parte in un altro tempo: il 2017 si alzano i serpenti nei panieri di Fez e grida il Soul del Maghreb: Al Zman Saib (Habibi Funk), il gruppo si chiama Fadoul.

C’è spazio. Ma devi tornare indietro nel Bel Paese – delle meraviglie – con Fausto Rossi: “Blank Times”, Tu non lo sai e Down down down; perché dove sei nato c’è sempre tutto e spesso tutto finisce: la vita poi adesso la benzina, ultimo sorpasso prima della poesia della sosta.

La passione Fuel accende il led della tua e-vape, ha cinque punte come la stelletta dello sceriffo. “I shot the scheriff” cantava Bob Marley.

Decadenza e serenità. 2019, Jack hai dimenticato il muro di Berlino, trent’anni il 9 novembre, è stato adesso praticamente. Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino: David Bowie, Look back in Anger e Boys keep Swinging; Lou Reed lo diceva: Just a Perfect Day.

Gira la chiave e vattene.

Andrea G. Cammarata

Qui la playlist da ascoltare su Spotify.

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Fuel Decibel

Decibel. Sulle Strade del Rock

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Tutti quelli che ci conoscono sanno bene che passiamo ogni giorno  cercando di alimentare le vostre passioni con tutto il carburante necessario, così è Decibel Rock

Perché Decibel è Rock ma non solo

La più sfrenata di queste mie passioni è senza dubbio la Musica, come immagino sia per molti di voi, “miei cari 25 lettori” (cit. manzoniana). Del resto nessuno mai ha contraddetto Nietzsche quando dichiarava che la vita senza la musica sarebbe stata un errore.

Viaggio nella musica

Negli anni, oltre che ascoltarla, farla ascoltare e ballare, l’ho sempre utilizzata per alimentare il mio immaginario, per associare una colonna sonora alle immagini del quotidiano che più mi colpivano. Quando su una strada fuori città vedo sfrecciare un bolide su due ruote fiero e solitario, la voce di Bon Scott comincia a risuonarmi nella testa con Highway To Hell.

Decibel rock

Decibel rock

Sono stato due volte ai concerti degli AC/DC e vi posso assicurare che l’interminabile e acrobatico assolo live di Angus Young in Whole Lotta Rosie è carburante che brucia, esalta, accende gli animi e la passione per il Rock.

Nel 2002 andai a Memphis per il 25esimo della scomparsa di Elvis e quel pomeriggio del 15 agosto, in attesa della Candle Night, entrai a far parte della colonna sonora di quella giornata cantando Johnny B. Goode su un palco davanti a un migliaio di fans da tutto il mondo. Finita l’esibizione passai l’ora successiva a scattare foto con quelli del pubblico che avevano particolarmente apprezzato, rigorosamente in pose alla Elvis.

Decibel rock

La copertina di Highway To Hell (1979) degli AC/DC.

Quando dopo una coda interminabile sei finalmente a bordo di uno dei 9 ascensori che ti porta in cima alla Tour Eiffel qualcuno dovrebbe diffondere a tutto volume Ça Plane Pour Moi di Plastic Bertrand, rocambolesco esempio di French-rock del 1977. Curiosità: il vero nome del belga Plastic Bertrand è Roger. Godetevi questa rombante rubrica Decibel e fate il pieno. Ne avete bisogno, il viaggio sarà molto lungo. Go Fuel Go!

Roger Mantovani

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