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Bosozoku i motociclisti ribelli, la musica e i manga…

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Bosozoku

Irriverenza e dissenso corrono anche fra le bande giovanili dei biker giapponesi. Uno sketch, e una colonna sonora ruggente, per descrivere quella passione nipponica delle moto che si tramanda da ben tre generazioni sulla Yankee road di Tokyo

Uscito dal dojo dopo la sessione di aikido, Yuki è salito in sella alla sua cafe racer ultra customizzata. L’attitudine è marziale ma il motociclista indossa un giubbotto di pelle con sopra le patch del Sol Levante e quelle del suo moto-club; niente casco, piuttosto una bandana bianca legata attorno alla fronte.

Gli occhiali a specchio da aviatore nascondono uno sguardo impenetrabile, offuscato dal fumo della sigaretta. Si vede anche il keikogi da samurai sfilacciato fra i vestiti e sul fianco spunta la katana di legno.

Yuki è un Bosozoku, suo padre figlio di un soldato che sposò una geisha di Tokyo durante la Seconda Guerra Mondiale quando gli americani dettavano legge Oltreoceano, dopo la bomba nucleare omaggiata dal bombardiere Enola Gay. Yuki in fondo e nell’animo è un “ribelle senza causa”, ma giapponese.

Anche suo nonno era un motociclista da gang, rientrava fra i Kaminari Zoku, per lo più veterani della Seconda Guerra Mondiale, simili agli Yankee ma in versione orientale; alcuni di loro erano ex-kamikaze sopravvissuti e dediti a un’interpretazione della vita, e della moto, davvero dissidente. 

Yuki nel parcheggio del building fa suonare il motore della bike. Uno, due giri di manopola del gas, il terzo più lungo a fondo: la manetta. Il rumore rimbombante, poi l’acuto del clacson a ripetizione e parte la musica degli altoparlanti dello stereo speciale montato sotto al manubrio. Tokyo pullula di gente.

Dietro Yuki c’è una ragazza adolescente, forse la figlia, una Hikikomori che ha smesso di vivere chiusa soltanto in camera sua. È uscita dall’isolamento senza suicidarsi e ritrova le cose della vita con la passione ribelle della moto, trasmessagli dal padre. Yuki punta in direzione Yoyogi Park, verso il quartiere speciale Shibuya della metropoli nipponica.

Ascolta il brano “Bosozoku” degli Rise of the Northstar, gruppo francese formatosi a Parigi nel 2008, i cui componenti erano soliti andare in scena indossando il gakuran, il tipico grembiule scolastico giapponese. In apertura della song scoppia il motore di una moto rombante, feroce come una carica di esplosivo. La voce è urlata e c’è tanto delirio.

Il metal-rock della chitarra e la batteria che sbatte forte da contorno delineano l’incipit molto “core” del gruppo. La canzone, senza mezzi termini, spiega le attitudini “giuste” di un Bosozoku, in questo caso un biker in sella a una Zephyr Kawasaki; capogruppo di una band motociclistica, nonché capofila, se ne va sulla Yankee road di Tokyo, “custode” del suo territorio.

Un biker che non vuole passare all’età adulta ma è pronto a morire, ed è molto arrabbiato: «Come quando aveva 17 anni». Il dissenso più estremo del brano è espresso con una formula schiettamente anarchica: «Fuck the norm/ fuck this life/ fuck the power of the law». La canzone si chiude riferendosi a un re (francese) ghigliottinato: «Head down, the king is dead », testa giù il re è morto. 

…Bosozoku

Sul tema dei Bosozoku hanno cantato anche i Crushed, nel 2018, nell’album Sins of the Father. Il Metal torna, e la song Bosozoku ci trascina in un viaggio -on the road- fatto di riflessioni concepite sull’asfalto che si aprono fra sgommate e motori in accelerazione.

Lo si intuisce dal titolo che di accezioni qui ce ne sono anche per il Padre Eterno che -come al solito- non si smentisce: lo fa girando le spalle al pilota e lasciandolo libero di addormentarsi (o forse morire) con entrambe le mani sul manubrio…

Dalla borsa laterale della cafe racer di Yuki spunta un manga colorato di rosso: racconta di motociclisti vittime di esperimenti governativi. La storia è riproposta anche nel film “Akira” nel 1988, dove le bande di biker si affrontano in una neo-Tokyo volta al disastro. La soundtrack del film fu composta da Shoji Yamashiro e affidata ai grandi di Geinoh Yamashirogumi, un collettivo fondato da Tsutomu Ohashi nel 1974.

Dentro troviamo quell’ambientazione che fa rivivere un senso nipponico delle cose oniriche, nonostante il contesto fantascientifico e “barely-legal” di “Akira”, nella colonna sonora suonano i legni e soffiano venti misteriosi fra effetti che rievocano gli elementi della terra, sincronizzati in ritmi e pattern ben ripetitivi. 

La figlia di Yuki, Momoko, ascolta i trapper giapponesi. L’Hip-Hop/Rap cantato con l’Auto Tune per uniformare la voce, in questo caso quella dei Coa White che dal 2018 hanno fatto una mezza dozzina di album di questo genere.

Dei Coa White Il brano “Momoko” dopo un incipit elettronico da videogame, crea quella tensione inquietante ma un po’ soave, che solo la musica giapponese sa offrire. Momoko, cuffiette nelle orecchie, ascolta anche Izumi Makura nella compilation “Tokyo Girls Life”, il brano è “For You”; Momoko mette anche i Kamikaze Girls, con le song “Good for Nothing” e “Unhealthy Love”, amore insano.

I Kamikaze Girls, un duo inglese che dal 2014 fa musica shoepunk (dove ‘shoe’ sta per scarpa), prodotti da un’etichetta indipendente di tutto rispetto, l’oxfordiana Big Scary Monster.

È contento Yuki: ascolta la musica che piaceva a suo padre, motociclista della generazione di mezzo, che con meno esuberanza rivoluzionaria a due ruote si era fatto umilmente strada come sushi chef, consegnando il pesce crudo da una Kawasaki gialla molto elaborata.

Yuki ritorna un po’ figlio, ascoltando George Takahashi, idolo dei biker giapponesi, nonché attore. I brani sono “Johnny Rendezvous”, che ha un qualcosa di romantico ma con poca grinta; “Road Daijiyonsho” e “Tokyo Gold Rush”, reinterpretano invece il sapore del rock motociclistico, come altri brani “simmetrici” che hanno segnato i gusti musicali dei biker americani.

 Andrea G. Cammarata

Ascolta qui la playlist Bosozoku su Spotify.

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Il motore 250 della Balkan M1, e una playlist jugoslava

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Balkan M1

Sogno di un viaggio musicale nei Balcani cavalcando una Balkan M1. Mistico on the road fra melodie e immagini di un Paese che sembra esistere ancora. 

Sei in sella a una Balkan M1, motore da 250 centimetri cubici, produzione bulgara: un propulsore da un quarto di litro, quasi l’equivalente di quel boccale da birra piccola che di solito ti passa fra le mani.

Con tutto quello che oggi è diventato il suo fascino vintage, la Balkan M1 usciva dalle officine di Lovech (Bulgaria) nel 1957. Moto dal sapore slavo, forgiata in piena Guerra Fredda.

E tu sei uno che viaggia portando l’anima ribelle nei posti giusti per cercare una compagna di ferro. Alla fine del viaggio sarà lei la tua ex fidanzata jugoslava che abbandonerai al confine di Trieste.

La Balkan M1 di questo trip musicale arriva da un garage di Sofia, vicino alla grande sinagoga sefardita della metropoli bulgara. Arriva grazie a un tassista che quel giorno ti consigliava bene con il muso sporco di patatine e guardando il capolavoro del grande Emir Kusturica su un tablet sistemato davanti alle bocchette del cruscotto. “Underground” (1995), Palma d’oro al Festival di Cannes, è la pura follia del cineasta – naturalizzato serbo – della seconda guerra mondiale e di quella civile jugoslava, vista dalla terra di Nikola Tesla.

Salutando la città di Sofia, lenta e quasi soporifera con i grandi palazzi eretti sui boulevard dove spuntano motel ogni dieci metri e massaggiatrici che poi in realtà sono prostitute, ti ritrovi in moto con quel vento caldo sulle tempie, un soffio terrestre comandato da dio per inondare di sudore i Balcani d’estate.

C’è il pensiero fisso di arrivare nell’ex Jugoslavia, passando dai paesi che l’hanno costituita insieme e poi se la sono fatta distruggere a forza di referendum indipendentisti.

Per te l’avventura ha preparato gli enormi scenari balcanici, con le famose montagne smussate dove il sole si dissangua al tramonto, e una sola strada. Il corridoio E-75 attraversa il territorio lunare della Bulgaria al confine con la Serbia, partendo dall’austera – croata Zagabria passando per Belgrado e Nis, la città dei teschi sul fiume Nisava. Sulla strada dentro allo stato onirico di un on the road vero, indeciso (come sempre) fra le ragioni conflittuali degli emisferi della materia grigia.

Cominciano a sibilarti nelle orecchie le scale orientali, le canzoni tzigane di Saban Bajramovic inclusa “Djelem, Djelem”, magistrale interpretazione dell’inno del popolo Rom. La musica dell’ex Jugoslavia con l’influenza della Turchia che occupò la Penisola per oltre quattro secoli.

Ma non del tutto

Oltre l’edonismo gitano si è aggiunto lo ska, ma prima c’era il Klezmer degli ebrei ashkenaziti e gli influssi sovietici delle mazurche polacche. Tutti quei generi musicali si sposano a un senso speciale del grottesco che riflette l’allegria per le strade di quella che era la Jugoslavia. E si aggiungono le canzoni degli zingari che segnano la memoria con le fisarmoniche e gli organetti. I canti religiosi dei minareti delle moschee bosniache di Sarajevo e di quelle della città divisa dagli albanesi nella capitale macedone di Skopje. La voce, lungo le strade, di persone povere accasciate con un’unica ricchezza fatta soltanto di sé stesse.

Ed è così ancora oggi

I suoni ti perseguitano insieme alla gioia e all’evasione ormai compiuta con il viaggio in moto.

Oltre lo scoppiettare dello scarico della Balkan M1, che fa da bordone sugli ottoni dei musicanti che a loro volta zompano bassi fino a sconquassarti il fegato. E oltre le trombette dai toni sopracuti impossibili, che intimidiscono anche le orecchie dei sordi, ci sono le melodie coperte dall’ultrasuono dei caccia militari diretti in Kosovo. Le mitragliate dei kalashnikov della guerra che sembrano ancora risuonare guardando i solchi dei proiettili sui muri degli edifici di Sarajevo, e i colpi di pistola in aria…

Come durante i matrimoni, quando in Serbia succede di tutto: rullo dei tamburi, sgommate e accelerate dei vecchi motori Euro3.

Poi, ancora, il dramma delle guerre che insiste negli occhi dei motociclisti locali mentre ti raccontano dei bombardamenti con un solo sguardo.

E le goliardie di quello che viene dopo la guerra… Le feste annegate nei bicchieri di birra Jelen.

L’odore di bruciato fuori dalle bettole dove si mangia il cervello dei bovini mentre si fumano incessantemente sigarette, ascoltando le band della musica popolare degli slavi del Sud.

Oppure la litania techno dei club di Belgrado, vecchia capitale della Jugoslavia che si è accollata tutte le colpe di volere salvare uno Stato…

Anni 80

Per questo motivo la musica dei Balcani rimane legata con un filo stretto agli anni Ottanta, perché poi è successo di tutto e il tempo si è fermato quando il socialismo slavo ai suoi cittadini pagava ancora i master della Bocconi. La musica dell’ex Jugoslavia, con i suoi caffè sempre vivaci, e il volto di quelle ragazze che ti porgono la mano come un trofeo. Il brandy assurdo dei Balcani, distillato di prugna, pere, chissà cos’altro ma sembra polvere da sparo liquefatta. 

Rallenti insieme alla Balkan M1, con un piede che quasi sfiora l’asfalto. Sui marciapiedi i ragazzetti irriverenti suonano “Ederlezi”, colonna sonora del “Tempo dei Gitani” (1989). La melodia è appena percepibile, sussurrata, ma non si scorda, proprio no.

Cosa è rimasto della Jugoslavia socialista fondata da Josip Broz Tito? 

Tutto, perché l’anima di un paese non si perde mai, perché quel “C’era una volta un Paese…” rimarrà per sempre.

Ma c’è chi ti mostra il passaporto serbo, chi quello croato, o lo sloveno, il montenegrino, quello della Bosnia Erzegovina, il documento kosovaro (riconosciuto a metà), quello macedone del cui nome esatto in vero nessuno è davvero d’accordo…

Chi dice che parla serbo, chi dice che parla croato, ma la lingua è la stessa.

Un’altra cosa è sicura: tutta la ex Jugoslavia è accumunata da uno scenario solo, che la descrive senza pausa dal Danubio fino ai laghi della Macedonia del Nord: i Balcani.

C’è dell’altro a prova di questa continuità.

Per esempio la Balkan-life cantata dai bosniaci del Dubiosa Kolectif in un genere che incontra il Politically incorrect Balkan, lo Ska, il Punk e il Reggae extravaganza. E quella cantata dai serbi della S.A.R.S, band famosa soprattutto per la song Budav Lebac a soggetto finale “Mortadella e Nutella”. E le noiosissime rock-cover croate alla radio. Perché la musica va oltre la guerra etnica, ingenuamente.

 Andrea G. Cammarata

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Ascolta la playlist su Fuel Decibel, qui.

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Quattro hipster al barber shop, la playlist per motociclisti così

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Quattro hipster

Nell’atmosfera sospesa di un pomeriggio dal barbiere risuonano note indie e richiami al passato: un fil rouge unisce quattro hipster all’America del Proibizionismo, gli anni della Grande Crisi con l’epoca disordinata di oggi

Le cafe racer parcheggiate fuori, l’insegna blu, rossa e bianca che ruota in una spirale eterna; attraverso la vetrina del barber-shop bosniaco si vedono quattro hipster sprofondati in un divano in similpelle. Sibilano le forbici, veloci e nervose. Rasoi a serramanico riversi nella schiuma da barba, fili di tabacco Drum sbriciolati sul pavimento, la musica si sente perfino fuori: canta Lou Reed, The Velvet Underground, “I’m waiting for the man”.

Basta poco di quel substrato di velluto garage-rock fine anni Sessanta e i quattro hipster-boys si catapultano nella song illecita: c’è uno studente con “26 dollari nel pugno della mano”, sta aspettando un pusher che deve arrivare con scarpe portoricane e in testa un cappello di paglia, è sul marciapiede all’incrocio fra la 125esima strada e la Lexington Avenue di New York. 

Anno 1928: gira tutto verso la Crisi, chiasso sul marciapiede, rumore metropolitano, signori in bombetta; al Carnegie Hall della Grande Mela è la prima volta di “Un americano a Parigi”, poema sinfonico di uno dei padri del jazz, George Gershwin, allora ispirato da Ravel.

Quasi ottant’anni più tardi, a New York vuole andare Matthew Murphy, leader dei Wombats. Decide di partire da Liverpool perché non riusciva a dormire la notte: la canzone è “Moving to New York”, che carica il viaggio indie Rock di “A guide to love, loss & desperation”, ovvero Guida all’amore, smarrimento & disperazione

In questo spleen paranoico di tempo d’attesa perso sbirciando lo specchio davanti alla poltrona del barber-shop, uno dei quattro hipster si alza scivolando fra ciocche di capelli e riviste sgarbate. Corpo e danza: un calypso giamaicano, 1957, Harry Belafonte – “Banana Boat Song (Day O)”.

Nel barber-shop la musica vira dalle navi cargo dei Caraibi al porto di Napoli. Nato da quelle parti, Giovanni Truppi, nel 2019, dopo aver perso l’accento partenopeo, si è meritato anche una breve recensione sul quotidiano “Le Monde”. L’album è Poesia e civiltà, le canzoni: “Ancient Society”; “Borghesia”; “Le elezioni politiche del 2018”; “Ragazzi”. 

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Uno degli hipster si commuove, uno gli dà del “patetico”, un altro continua a guardare la sua special Triumph di fuori nella strada. Il quarto si liscia la barba: “Sea sex and Sun”, Serge Gainsburg, 1978, sfida di nuovo tutti i pudori francesi nel singolo Mister iceberg en Face B.

Dal retrobottega, Vlado il figlio del barbiere bosniaco spunta gattonando. Rotolano sul pavimento chitarrine, sassofoni di plastica, tamburelli: “L’officina della cameretta”, (2017, Garrinch Dischi) Indie Rock milanese, la voce rauca e rotta con la erre moscia, è quella di Francesco De Leo, poeta fino a quando non ha deciso di cambiare idea.

I quattro hipster sono rasati e confusi. Il sole sta tramontando e le gocce d’acqua del lavandino che brillavano di sapone cedono i riflessi ai palazzi della sera.

Suona un 45 giri del 1973, Giorgio Gaber, “Lo Shampoo”

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E “Far Finta di essere sani” dove Il Signor G cantava…

“Nel dubbio mi compro una moto/Telaio e manubrio cromato/Con tanti pistoni, bottoni e accessori più strani/Far finta di essere sani…/”.

Nessuno degli hipster vuole mettersi il casco e sloggiare. Adesso sembra di essere con Quentin Tarantino, ancora in America ma stavolta sulla East Coast. Bruce Willis, il Butch di Pulp Fiction, è in sella a Grace, un chopper Harley-Davidson rubato. Butch ritorna da Fabienne che gli chiede: «E la mia Honda che fine ha fatto?». Se ne vanno insieme, sulle note di “Out of Limits” dei “The Marketts”. C’è suspense nell’aria… ■ Ascolta la playlist qui su Spotify.

Andrea G. Cammarata

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Decibel: Slash le Harley, i Guns N’ Roses

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L’Heavy-metal, Slash e le Harley Davidson. Fuel Decibel è la moto-playlist. Anno 1987 “Welcome to the Jungle” dei Guns N’ Roses è il primo brano dell’album “Appetite for Destruction”. Racconta la folle metropoli californiana di Los Angeles e di chi ci capita dentro. Un viaggio metal nella musica che ci carica per la ripartenza.

La voce stridula del signor Axl Rose la conosciamo tutti; alla chitarra c’è Slash arrivato nella giungla di Los Angeles dalla fumosa Londra. È unico, Slash, unico perché con la sua musica non cerca la voce ma lo strumento. Lo si comincia a vedere sugli spalti dei club di LA, riccioli enormi e cappello a cilindro, figlio di una stilista afroamericana, già dannatissimo.

Nei registri dell’anagrafe di Hampstead – anno 1965 – il vero nome di quel chitarrista avanzato nella vita a forza di plettri persi, Jack Daniel’s e cucchiaini bruciati dall’eroina, è Saul Hudson. Tanti vizi capitali per le mani, poche (sane) passioni: Slash ama la chitarra, le Harley, i serpenti.

Slash

Nel 2011, dopo una carriera folgorante, mette in vendita ad un’asta di beneficienza la sua Harley-Davidson V-Rod VRSCAW Twin Racing Street – Custom Cruiser, forgiata dalla Casa di Milwaukee nel 2007, per la prima volta in collaborazione con Porsche. La stima iniziale di questa terribile bike è di circa 10,000 dollari. Perché la solidarietà? Forse pagare meno tasse e magari la morale ha preso il sopravvento sulla coscienza nel petto di Slash, che era già stato ricucito per problemi cardiaci a soli 35 anni.

Sono finiti da un bel po’ gli anni 70

Mentre gli ’80 vengono inaugurati con largo anticipo da Paul McCartney, che stravolge il clima pacifista con “Live and let die“, trodotto “Vivi e lascia morire”, irriverenza applicata al postulato nichilista di Schopenhauer: “Live and let live”  ovvero “Vivi e lascia vivere”. La song, reinterpretata nella cover dei Guns n’ Roses nell’album Use your Illusion I del 1991, vede Slash solista della band, ma ancora per poco.

Passano due anni, arriva The Spaghetti Incident? Album di sole cover punk, funk e rock, ed è un po’ l’inizio della fine della gloria. Croci celtiche, rimmel, pantaloni attillati, kilt scozzesi, teschi, scompare tutta una simbologia, la band del metallo pesante si presenta in copertina con soltanto un piatto di spaghetti al sugo… Eppure, nel disco Slash va ancora alla grande: “One, two, three, four…” Energia pura: è Human Being, il pezzo dove Axl Rose alla fine suona un kazoo sbeffante.

Slash

Un bel giorno del 1995 si dice che Slash abbia ordinato un whiskey o meglio: «Una bottiglia di whiskey» con la risposta del barista negativa: «Il malto distillato viene servito solo dopo le cinque del pomeriggio». Slash pare sia intervenuto caustico contro il barista: «It’s Five o ’Clock Somewhere», vale a dire «Da qualche parte devono pur essere le cinque». Sono le stesse parole con cui più tardi il chitarrista intitolerà l’album degli Slash’s Snakepit: in copertina un serpente aggrovigliato con un cappello a cilindro, canta Eric Dover.

Slash

Cosa ha portato Slash fuori dai Guns n’ Roses in quegli anni?

Forse la voglia di farla finita con le prepotenze ariane di un angelo maledetto chiamato Axl Rose, che gli diceva di farla finita con la tossicodipendenza ma al contempo intonava, “Mr Brown Stone“, brano di Appetite for Destruction dove viene raccontata la giornata di un tossicodipendente. Oppure Slash aveva voglia di rendere leader sé stesso e magari cerca la libertà.

Il paradosso (razziale) in effetti durava già dai tempi di “One in a Million“, presente in Guns n’ Roses Lies, secondo album della band, uscito fra polemiche e censura nel 1988. Nel brano, la voce di Axl inveisce contro gli immigrati, la comunità afroamericana e gli omosessuali: «Immigrants and fagots they make no sense to me / they came to our country / and think they’ll do as they please» (Immigrati e Omosessuali non hanno senso per me/ vengono nel nostro paese e pensano di fare quello che gli pare), e: «Police and niggers, that’s right / Get outta my way / Don’t need to buy none of your gold chains today» (Polizia e negri, okay/ state fuori dalla mia strada/ non mi serve di comprare nessuna delle vostre catenine d’oro oggi).

È così

Slash invece, nato da un’afroamericana, malgrado ciò continua a suonare la chitarra nella band. Però a farsi fotografare sulle sue Harley Davidson ci passavano tutti. Axl con Stephanie Seymour, supermodella apparsa nei video di “Don’t Cry“ e nella ballata “November Rain“, ma anche Duff Mc Kagan, mitico bassista della band di LA.

One in a million

Axl poi si scusa, dicendo che il malinteso di “One in a Million” non era voluto, e che comunque «Giù nelle strade era una guerra…».
È forse per farsi perdonare, oppure sulla spinta di Duff, ammaliato all’età di quattro anni da un convegno di Martin Luther King, che nel 1993 il leader della band scrive “Civil War”. È il pezzo emblematico e pacifista di “Use Your Illusion II”. Axl canta: «Non serve la vostra guerra civile, che arricchisce i ricchi seppellendo i poveri», aggiungendo alla fine: «Cosa c’è poi di civile nella vostra guerra?».

Andrea G. Cammarata

Qui la playlist di fuel Decibel. Slash e le Harley:

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